Registriamo in questa pagina i luoghi che non possono essere definiti spazi di vita reali, ma che lo diventano quando sentiamo che sono sede di emozioni e luogo di interiorità.
Ma anche gli spazi a cui non si è potuto dare una collocazione precisa per la vaghezza della segnalazione.
Forse sembrerò banale, e sicuramente su questo non si può effettuare una “mappatura”, ma il mio cuore è il mio luogo del silenzio, il mio posto più intimo, dove riesco a trovare pace, silenzio.
Devo ammettere che ho un buon rapporto con me stessa e che ho la capacità di isolarmi anche nei luoghi più affollati e caotici, bensì non li cerchi, ma se mi capita… (Giuliana Rampanelli)
Il luogo silenzioso è la mia casa quando le due bambine escono la mattina per andare a scuola… mi bastano quei 10 minuti prima che esca anche io per capire quanto amo questo luogo che sa essere rumore e silenzio. (Chiara Palazzetti)
In generale nella mia vita non c’è un luogo dove vado a cercare il silenzio. Questo mi sorprende in situazioni diverse. Per me il silenzio è l’assenza dei suoni meccanici per cui posso dire che il luogo del silenzio è il terrazzo di casa mia a Roma, all’alba, quando la natura si muove, il cielo si accende e la città dorme ancora. Tuttavia considero silenzio ogni luogo dove in solitudine si possono ascoltare voci umane che dialogano tra loro. (Maricla Sellari)
Per me il silenzio e’ il luogo dove mi sento avvolta dalla presenza di Dio.
Simona
Sono al quinto anno di scuola superiore e come tematica della mia tesina per la maturità ho scelto proprio il silenzio! È una dimensione con cui a fatica riesco a convivere, a me piace stare con gli amici e divertirmi piuttosto che mettermi sul terrazzo di casa mia e ascoltare in silenzio i rumori esterni per passare piacevolmente qualche momento oppure chiudermi in camera e stare le mezz’ore a guardare il soffitto senza dire nulla. Ho sempre visto il silenzio come un momento di tristezza e di solitudine dell’uomo che per riflettere sulle proprie sventure si chiude in se stesso e piange ascoltando come unico rumore solo le sue che cadono sul pavimento. Io stesso nei miei momenti di solitudine e tristezza sono solito accendermi una sigaretta, salire sul tetto di casa mia e piangere in silenzio seduto a guardare le case circostanti. Per quanto io quindi possa vedere il silenzio come un frangente negativo della mia giornata, riesco grazie a quel momento a capire quanto sia più dolce e confortante per me la parola! In un momento di tristezza penso sia una cosa impagabile stare assieme al tuo migliore amico che cerca in tutti i modi di consolarti e tu che con rabbia e amarezza ti sfoghi con lui è piangi; questo però mi fa sentire molto meglio piuttosto di stare isolato a soffrire in silenzio. Vorrei però scoprire anche la dolcezza, che come tanti hanno trovato e riportato prima di me in questo sito, di concedermi un attimo, zitto zitto, magari a riflettere su qualcosa di importante o che solo in quel momento mi logora. Voglio trovare un senso positivo a questo silenzio che possa quindi diventare per me non un momento vuoto ma ricco di importanza!! Questo punto a fare nella mia tesina d’esame: confrontare i due silenzi e vedere quale vince o se addirittura possano coesistere!!
Se vi interessa capire da dove é nata la mia riflessione guardate questo link!!:)
http://m.youtube.com/#/watch?v=hUJagb7hL0E&desktop_uri=%2Fwatch%3Fv%3DhUJagb7hL0E&gl=IT
PS: mi raccomando!! Cerchiamo sempre un senso a tutto ciò che ci accade e se non lo troviamo allora zittiamoci e ascoltiamo il nostro spirito!!
NEL SILENZIO DI UNA NOTTE
NELLA MIA VIA IERI HANNO TROVATO UN GIOVANE STUDENTE .
ERA MORTO
“UNO DI FUORI” DICE LA GENTE
LO HANNO TROVATO CHIUSO IN UN AUTO CON UN ACCENDINO IN BOCCA
“UNA DOSE LETALE DI DROGA”
DICONO I GIORNALI.
È MORTO NEL SILENZIO DI UNA NOTTE
SOLO
IL GIOVANE PUSHER CAMMINA TRA I VICOLI ANTICHI
FURTIVO
ANCHE LUI VIENE DA LONTANO
PER INVIARE SOLDI AL SUO DESERTO.
VISO OLIVASTRO CAPELLI NERI
SGUARDO RAPIDO
BREVI FRASI AL CELLULARE
IL PACCHETTO FRA LE PIETRE DELL’ANTICO PALAZZO
NELLE FESSURE APERTESI NEL TEMPO
LA CAMPANA DELLA TORRE SUONA MEZZOGIORNO
SALUTA IL SOLE
COME OGNI GIORNO
UN ALTRO GIORNO
DI INDIFFERENZA INERTE…
E LA SILENZIOSA STRAGE CONTINUA NEL SILENZIO DI PAROLE
INUTILI.
Il silenzio stesso è un non luogo. Permea ogni istante del mio quotidiano, mi segue, mi attende, si acquatta paziente e poi, appena scopre una fenditura nel tutto compatto di azioni, pensieri e parole, allora stiracchiandosi si estende, la riempie di sé. Quelli che porta non sono pensieri articolati razionali vividi, no, porta una serena presenza alle cose, a se stessi, al mondo circostante. Via dai suoni, da opinioni e giudizi, dentro un’indistinta coesione con se stessi. Il suo colore è il mio, quello che indosso, che sono, che vivo, sempre diverso ed uguale a se stesso.
continuo a identificarmi in alberi in sofferenza o a rischio e ieri osservando la cementificazione compatta che lascia piccolissimi cerchi di terreno intorno a lecci centenari, ho immaginato che il più antico dei lecci scrivesse una lettera ai responsabili, costruttori e amministratori che non riescono a rappresentarsi da dove un leccio centenario può ricevere acqua e nutrimento.
Fino a ieri mi identificavo in un piccolo olmo a rischio e immaginavo che la sua crescita ai bordi di un terreno in costruzione potesse essere raccontata a dei bambini che non ci sono, che non giocano lì intorno, ma sono nascosti dentro le case e dentro le cantine delle case intorno, oppure stanno su dei piccoli balconi-ogni-balcone-un-bambino e un adulto o una adulta che lo tiene a bada. Da ieri la visione della cementificazione estesa intorno a tre grandi lecci che avranno più di cento anni, mi ha fatto immaginare di “DARE VOCE” con una silenziosissima lettera a questi generosi viventi che hanno fatto ombra nel risicatissimo giardino pubblico di Attigliano (TR), di fronte alla scuola elementare. Attigliano è un vivace piccolo paese lungo l’autostrada del sole, sulle rive del Tevere e prende il suo nome dai molti tigli che in passato ombreggiavano il luogo.
“Ad tilium”, protegge forse i tigli, ma asseta i molti bellissimi lecci che ornano l’abitato e i dintorni. Forse dare voce agli alberi e prendere il loro punto di vista non mi farà diventare animista come un aborigeno australiano, ma certo mi fa entrare in sintonia con il loro silenzio offeso…gli alberi assetati non emanano profumo, fruscii, non si trovano neppure delle belle foglie secche su cui saltare!
Il luogo (attualmente sarebbe meglio dire il ‘non luogo’) del mio silenzio sono io.
I giurati di Stoccolma incoronano lo scrittore di casa Tomas Tranströmer,
il poeta del silenzio
Il Nobel al lirico e psicologo svedese: «Ha offerto un nuovo accesso alla realtà»
di MARIA CRISTINA LOMBARDI
Il premio Nobel per la letteratura 2011 è il poeta svedese Tomas Tranströmer: «Attraverso le sue immagini dense e limpide ha offerto un nuovo accesso alla realtà», recita la motivazione dell’Accademia reale svedese. Nato a Stoccolma nel 1931, laureato in psicologia, appassionato di musica, raggiunto il successo come letterato ha continuato la professione terapeutica, occupandosi di disabili e tossicodipendenti. Poco conosciuto in Italia è però molto legato al nostro Paese, di cui conosce la lingua e dove trascorse la luna di miele nel 1958 visitando Firenze, Padova e Venezia. La città lagunare è citata spesso nelle sue poesie, e la sua raccolta più importante s’intitola «La gondola a lutto». Nel 2004 è stato a Percoto (Udine), per ritirare il premio Nonino, che gli fu consegnato da Claudio Magris. Una sua raccolta di versi, «Poesia dal silenzio» è stata pubblicata dalla casa editrice Crocetti, per la quale tra 15 giorni uscirà un nuovo volume, «Il grande mistero». Colpito da un ictus nel 1990, il poeta da allora è muto e costretto su una sedia a rotelle. «Non pensava di poter più sentire questa gioia», ha raccontato ieri Monica Bladh, sua moglie.
Voce fondamentale del mondo letterario, Tomas Tranströmer è stato tradotto in quarantanove lingue. Testimoniata da notevoli riconoscimenti critici, la sua funzione ispiratrice emerge anche da ammissioni di «debiti creativi» nei suoi confronti da parte di molti poeti: in particolare le giovani generazioni statunitensi e polacche, per le quali Tranströmer è da tempo un vero cultpoet. Confessioni di «furti di immagini» giungono da premi Nobel come Iosif Brodskij, espressioni di stima e ammirazione da Bei Dao, Seamus Heaney, Derek Walcott, che da anni auspicava per lui questo riconoscimento. E nel suo ultimo romanzo, I poeti morti non scrivono gialli, Björn Larsson lo cita più volte come maestro e punto di riferimento. Con Strindberg e Swedenborg, Tranströmer è lo svedese che più ha influenzato la letteratura internazionale.
Nella sua opera si registra una costante tendenza al silenzio: la parola è spesso concepita negativamente e contrapposta a una lingua ideale, un metalinguaggio che può convivere con l’assenza di parole. Anzi, in Dal marzo ’79 è espressa chiaramente l’idea che il silenzio sia la condizione essenziale per la sua ricerca: «Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua / … / Scopro orme di capriolo sulla neve. / Lingua senza parole», cui fa eco la prosa Gli anemoni , dove al chiassoso mondo del potere viene contrapposto il silenzio della vita luminosa e appartata degli anemoni. Emerge l’importanza delle pause, degli spazi tra parola e parola, espressa anche in Breve pausa in un concerto d’organo, che indica nel silenzio la condizione privilegiata per avvertire i ritmi della vita.
Sebbene si possa constatare la prevalenza degli elementi paesaggistici legati alla geografia e alla mitologia nordica, come l’albero alle cui radici il mare fruga distratto, in Elegia, o le foreste di conifere sull’acqua, in Mari Baltici, il poeta presenta spesso una natura desolata, senza l’uomo. Ugualmente ascrivibile a un remoto passato prima della comparsa dell’uomo o a un fantascientifico futuro dopo la sua scomparsa, essa si configura come concreta rappresentazione del pessimismo cosmico di Tranströmer, che sembra mitigarsi dopo le prime raccolte per ricomparire, nell’ultima, in forma più intima e rassegnata. Una tecnica da teleobiettivo crea improvvisi cambi di prospettiva, provocando rapidissimi passaggi tra la dimensione individuale e cosmica: così, in Sfere di fuoco, l’amore e il sesso, dall’iniziale esperienza personale, acquistano nell’ultimo verso dimensioni planetarie: «Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti». Si tratta di sopravvivenza, non di un superamento della tenebra in cui si dibatte l’esistenza: un’illuminazione momentanea, come la luce intermittente della lucciola o i punti luminosi di un treno notturno sulla pianura in Tracce.
Attraverso un’analisi testuale si riescono a cogliere non solo le fondamentali strutture estetiche, ma anche connessioni con tradizioni filosofico-religiose, per esempio con la mistica occidentale cristiana di Meister Eckhart e dei maestri renani del medioevo, per la capacità di questa poesia di svelare dimensioni nascoste del reale, nelle epifanie che permettono l’esperienza vivida di imprevedibili simbiosi tra epoche e luoghi disparati. Si tratta di un paradosso artisticamente produttivo che unisce concretezza di dettagli e un effetto sfumato di elusività. Aleggia di frequente in queste liriche la sensazione di essere visti e controllati da poteri o da presenze invisibili, in particolare nei testi che descrivono le esperienze nei Paesi dell’Est, la paura di parlare, il sospetto costante, i microfoni nascosti, in Ad amici oltre confine , ma anche nelle descrizioni di condizioni esistenziali, come in Dal luglio ’90.
Nell’ultima raccolta La gondola a lutto, scritta dopo essere stato colpito dalla malattia, i temi della chiusura, della cancellazione e della morte diventano dominanti. In Aprile e Silenzio Tranströmer esprime la sua condizione di prigioniero del suo male con l’immagine del violino chiuso nella sua custodia: non può emettere suoni. L’amarezza emerge dalla parola enda, «solo», senza la quale il testo risulterebbe una serie di dichiarazioni dal tono assolutamente impersonale.
Coerente nella sua ricerca poetica della dissoluzione dei confini, lo scrittore sperimenta anche nella forma il dissolversi del confine tra prosa e poesia. In raccolte come Mari Baltici il verso si allunga e si fa più narrativo; in altre, le liriche si alternano a prose che tuttavia rivelano una struttura essenzialmente poetica. La pagina di Tranströmer svela i suoi segreti dopo una lunga frequentazione; col tempo vi si scoprono tesori nascosti. Egli invita il suo lettore all’intuizione, riconoscendogli la massima libertà di interpretazione del testo, oggetto indipendente tra autore e lettore. Vi operano forze anonime che dormono nella lingua, nei suoi silenzi, aspettando di concretizzarsi nel dialogo con chi legge. La poesia è soggetto autonomo, dotato di vita propria, pronto ad affermare la sua libertà.
07 ottobre 2011
RACCOLTE: Tomas Tranströmer è nato il 15 aprile 1931 a Stoccolma. La sua prima raccolta edita in Italia, per volontà di Mario Luzi, è «Poesie», del 1999
Le sue opere oggi sono edite in Italia da Crocetti e curate da Maria Cristina Lombardi. Fra 15 giorni esce in libreria il volume «Il grande mistero», che raccoglie anche una selezione di haiku, brevi composizioni di origine giapponese
tratto da “Il Corriere.it”
A mio avviso il vero non luogo è il luogo che meglio di altri ogni individuo dovrebbe riuscire a determinare geograficamente ed emotivamente: si tratta del proprio cervello. Se solo di tanto in tanto ci sforzassimo di frequentare questo albergo del tutto particolare per utilizzarne un poco le strutture ricettive, ebbene ne riceveremmo grande beneficio individuale e sociale. Il fatto è che le tariffe che vi si praticano sono realmente proibitive e fuori della portata dei più.
In effetti per ritrovare la geografia del sè, sotto forma di percezioni e memoria basta dare tempo e spazio al proprio cervello e al proprio corpo. Luoghi ideali sono i luoghi inusuali, quelli in cui siamo sempre in transito, sempre un po’ clandestini, sempre regolati da altro, da altri. L’ospedale è perfetto per rigenerare il rapporto con il proprio sè corpo e mente. Altro luogo perfetto dovrebbe essere il carcere, ma non ho mai fatto una esperienza diretta. Nel caso dell’ospedale come non luogo è interessante scoprire come il silenzio sia esperienza rarissima nell’arco delle ventiquattrore, eppure, sarebbe un luogo in cui il silenzio potrebbe essere una parte della cura e del ritrovamento della salute.
Il mio non luogo è ovunque ci sia un buon libro o un quaderno e una penna. Sostare e scrivere, sì. Ma quanto è bello anche leggere…
“Il mio quaderno, infarcito di frasi, è caduto a terra. Sta sotto il tavolo, e domani, all’alba, quando con passo pesante la donna delle pulizie arriverà, tra le altre cartacce, tra i vecchi biglietti del tram, e qui e là tra i foglietti appallottolati troverà anche quello e lo spazzerà via con tutto il resto. Qual è la frase per la luna? E la frase per l’amore? Che nome daremo alla morte? Non lo so. Avrei bisogno della lingua speciale degli amanti, dei monosillabi che usano i bambini quando entrano in una stanza e trovano la madre che cuce e raccolgono da terra un avanzo di lana colorata, una piuma, una striscia di chintz. Ci vuole un urlo, un grido. Quando la tempesta traversa la palude e mi raggiunge nel fosso in cui giaccio abbandonato, non mi servono le parole. Niente di preciso. Niente che poggi con tutti e quattro i piedi per terra. Nessuna di quelle risonanze, di quegli echi che irrompono e rintoccano di nervo in nervo e ne esce una musica sfrenata, frasi false. Ho chiuso con le frasi.
Quant’è meglio il silenzio: la tazzina del caffè, il tavolo. Quanto sto meglio seduto da solo come l’uccello solitario che allarga le ali sul palo. Lasciatemi per sempre qui tra questi semplici oggetti, la tazzina del caffè, il coltello, la forchetta, cose che sono se stesse, come io sono io. Non venite a infastidirmi coi vostri cenni per farmi capire che è l’ora di chiudere e andarsene. Volentieri darei tutto il denaro che ho purché non mi disturbiate; lasciatemi seduto da solo, in silenzio”.
Virginia Woolf – Le onde
il mio non luogo è la riflessione , l’incanto della lettura e della scrittura e del fermare con la penna tutto ciò che ispira una rielaborazione delle mie esperienze. Costruire un non luogo delle esperienze attraverso fotografie di non luoghi, che ispirano sensazioni ed emozioni, riflessioni e significati. Sto provando a fronte di esperienze che svolgo a meditare e ricercare dei significati, abbinando qualche riga e qualche foto… nel tentativo di vedere cosa esce…vorrei in realtà scrivere un romanzo sull’autodeterminazione del mio percorso di vita… mah si vedrà
Il luogo del silenzio è proprio questo: il mio pc che mi permette di esprimere silenziosamente tutto ciò che provo e sento con il cuore ora, circondata da rumori e voci che valicano la finestra della mia stanza. Il mio pc: il mio compagno ideale sempre presente ieri, oggi e domani. A volte mi capita di sostituirlo con carta e penna, di notte principalmente, ma solo per qualche istante. Tutti i miei pensieri silenziosi tornano poi inevitabilmente “rivolti” al mio caro pc.
il luogo del silenzio è questa stanza in cui raccolgo i miei pensieri come il contadino incauto raccoglie i semi dispersi dal vento in terre non arate…
il foglio da disegno è il mio non luogo, un luogo dove tutto è possibile e dove avviene un dialogo col mondo e con te stessa. Marina Buratti artista
e se un colore fosse un luogo di silenzio per ognuno diverso, forse, oppure un colore universale che ci unisce in questa ricerca.
mi piace molto questa tua idea, Luisa, che il silenzio abbia( sia) un colore. E perchè non: un sapore, un profumo…Il silenzio a guardar bene( o meglio ad ascoltar bene) accende tutte le nostre percezioni. Ma incontriamoci pure in questo colore universale e proviamo a descriverlo
il colore del silenzio per me sono le tonalità di verdi….che avvolgono la Terra
è un possibile colore inusuale il verde, nella mia tavolozza dei colori del silenzio. Interessante. Per me il silenzio è bianco, nebbioso, ovattato, praticamente vicino alle nuvolette dello spot del caffè Lavazza. Lì però le nuvole, gli angeli e san pietro sono lo scenario per delle gags, devono far ridere..nel mio immaginario il silenzio-bianco è un pò più drammatico, incerto, inquietante, insomma come le finzioni cinematografiche in “Il porto delle nebbie”. No, non penso al verde quando penso al silenzio. Ci sono dei motivi. Il verde-verde nei giardini, nei prati, nei campi, nelle bordure erbose ai lati delle strade, non c’è quasi mai. Ci sono quasi tutti gli altri colori, ma il verde-verde quasi mai e questo è un pensiero che fa davvero ridere. Meglio rifugiarsi nella “viriditas” di Ildegarda di Bingen o nell’ orecchio verde di Rodari. Il silenzio della lettura consente una verdità più garantita, meno incerta e un silenzio accogliente del colore e delle sfumature che ciascuno di noi sente in sintonia con se stesso.Eppure adesso il verde intenso della foresta amazzonica, il verde intenso e lucente della foresta pluviale a cui pensa Patrizia, mi sta condizionando, comincio anche io a spostare il mio punto di vista e invece di pensare al silenzio stando con i piedi per terra. mi penso in un situazione satellite con vista Terra. Sì, il silenzio è verde, il silenzio siderale è verde.
Grazie degli spunti Laura per le verdi letture che mi accingerò a fare.Io vivo attorniata dal verde dei campi della pianura dove vivo,e le loro distese, anche quando le attraverso in auto, in silenzio mi danno modo di pensare realmente a spazi ” eterni”. Le strade che attraversano i campi mi fanno pensare alle storie di uomini e famiglie che sono transitate lì, a mani operose e agli occhi osservatori di contadini, di donne laboriose e di bambini che giocano ancora spensierati nelle corti.Questa esperienza quotidiana che faccio due volte al giorno andando e tornando dalla città al lavoro, mi aiuta a rientrare anche in una dimensione meno frenetica nella mia vita, magari dedita maggiormente alla riflessione e alle relazioni umane.Da questo verde mi rigenero….