"Domani faremo un aquilone" mi disse la mia mamma. Eravamo al mare, a
Bellaria, sulla costa adriatica ad alcuni chilometri da Rimini. Io avevo
cinque o sei anni, eravamo nei primi anni quaranta. Avevamo preso in affitto
un "monolocale", cioè uno stanzone che faceva da soggiorno, cucina e camera,
in una fila di casette di pescatori. Davanti c'era l'orto della proprietaria,
la signora Giannina, giovane sposa rotondetta, piacente e sempre sorridente.
Parlava romagnolo stretto e spesso non riuscivamo a capire neanche una parola.
Un vialetto attraversava l'orto e portava alla strada che costeggiava il
porto canale, separata da questo da un largo spazio ingombro di barche in
riparazione, grosse ancore, reti ad asciugare e vari oggetti d'uso marinaresco.
Giungeva a casa nostra un intenso odore di salsedine e della pece usata per
calafatare le barche.
Uscendo dal retro della nostra casa, c'era un minuscolo campo che
la proprietaria coltivava a canapa, per filarne le fibre. Attaccata
alla casa si trovava la piccola latrina. Il tutto era estremamente modesto,
ma per noi andava benissimo ed eravamo felici di poter fare la villeggiatura,
all'epoca riservata a pochissimi. Non c'era il mio babbo e penso che fosse
stato militare, in guerra.
La sera uscimmo un po' a passeggio e la mia mamma prese sulla spiaggia una
canna secca. "È per costruire l'aquilone, domani" mi spiegò. Io ero entusiasta
e non vedevo l'ora di cominciare il lavoro e poi correre sulla spiaggia tenendo
l'aquilone al filo.
Immaginate com'è la spiaggia di Bellaria al giorno d'oggi: file e file di
ombrelloni, pochi decimetri di spazio a disposizione di chi vuole sdraiarsi
al sole, solo pochi fortunati riescono a scorgere il mare. All'epoca non vi
erano ombrelloni, solo poche tende, sparse e distanziate. Le tende erano
formate da un rettangolo di tela grezza "di colore neutro", come si diceva
allora, cioè tra il grigio e il nocciola. Ai due lati brevi la tela era
inchiodata a regoli di legno, uno dei quali era fissato in cima a un grosso
palo. L'altro era legato a due pioli piantati nella sabbia. I bagnanti
potevano ripararsi del sole cocente all'ombra di queste tende. Anche noi
avevamo la nostra tenda, che ci aveva approntato la signora Giannina.
La mattina dopo, di buon'ora, andiamo a fare la spesa. Dopo ci rechiamo
in una cartoleria e la mia mamma compra due fogli di carta di pergamino, uno
rosso e uno azzurro. Mi è sempre piaciuto entrare nelle cartolerie per
l'intenso, piacevole profumo di legno di cedro, col quale sono fatte le
matite.
Io non vedo l'ora di tornare a casa e cominciare la costruzione dell'aquilone.
Per prima cosa la mia mamma deve accendere il fuoco. Toglie la cenere
dalla buchetta sotto il fornello del focolare, con l'apposita paletta,
e la mette nel calderone della cenere: servirà per la prossima volta che
farà il bucato. Poi mette una palla di giornale dentro il fornello di
ghisa, ci butta sopra una manciata di carbone di legna, accende un
fulminante e lo infila nella buchetta sotto il fornello, per accendere
il giornale. Prende la sventola, che qua è diversa da quella che adopriamo
ad Arezzo, in nastrino di paglia cucita a spirale, a formare un disco.
Qua è in grosse penne scure di tacchino, messe un po' a ventaglio e
tenute assieme da due stecche di legno, attaccate in cima al manico.
La mia mamma comincia a sventolare energicamente davanti alla buchetta,
fino a quando il carbone diventa ardente e di un bel colore arancione
luminoso. Poi prende un tegamino, ci mette un pizzico di farina, un po'
d'acqua e lo pone sul fornello. Di tanto in tanto dà qualche sventolata
alla buchetta, per mantenete il fuoco. Intanto che si cuoce la colla di
farina, prende la canna e con un coltello la spacca il sottili strisce dai
bordi affilati. Io mi taglio subito le dita. Con la stecca più diritta
ci ricava due bacchette di differente lunghezza, le pone in croce in modo
che la parte superiore della croce sia più corta di quella inferiore e
le lega strettamente assieme con del filo. Pone la croce sui due fogli
di pergamino e taglia due grandi allungati triangoli di carta, uno rosso
e uno azzurro. Appena la colla appare compatta e vischiosa, la toglie
dal fuoco e attacca assieme i due triangoli. Aspettando che questi si
asciughino, taglia la carta rimasta in striscioline e cominciamo a fare
delle catene con queste, un anello rosso e uno blu, alternati. Si pone
il rombo di carta di due colori sopra la croce di canna e vi si fissa,
con un po' di colla e con del filo, poi si attaccano tre catene, due ai
lati e una alla coda dell'aquilone. Resto a bocca aperta, è proprio bellissimo.
Infine si legano due pezzi di filo ai quattro spigoli dell'intelaiatura,
lasciandoli un po' laschi, e si uniscono al centro col filo di un rocchetto. L'aquilone è finito e lo lasciamo
asciugare mentre ci prepariamo per la spiaggia. Adesso desidero solo
andare a provarlo sulla spiaggia, lo desidero ardentemente. Voglio
farlo sollevare lentamente, con dolcezza. Poi, correndo sulla sabbia,
dargli sempre più corda fino a farlo salire su, sempre più su. Quando
sarà altissimo, quasi un punto appena visibile, mi fermerò e si fermerà
anche lui. Io mi sdraierò sulla sabbia calda a guardarlo lassù, altissimo,
appena visibile, che si muove dolcemente avanti e indietro, sostenuto
dal vento, con le lunghe variopinte code serpeggianti all'indietro,
fino a farmi venire le vertigini, come ogni volta che guardo le nuvole
in questa posizione.
Andiamo al mare e giungiamo presto, dato che è abbastanza vicino a
dove abitiamo. Appena arrivati, stendo delicatamente l'aquilone sulla
sabbia, gli do un po' di corda e comincio a correre. L'aquilone mi segue
ballonzolando sulla spiaggia. Accelero un po'. All'improvviso l'aquilone
si solleva di un paio di metri, alzandosi e abbassandosi di continuo, poi
comincia a roteare velocemente su se stesso. Ad un tratto punta il muso in
basso e un attimo dopo è piantato nella sabbia. Lo raccolgo e mi metto di
nuovo a correre, in senso inverso, tornando indietro. Il risultato è peggiore
che all'andata. Allora la mia mamma lo tiene sollevato, seguendomi mentre io
riprendo a correre, poi lo lancia verso l'alto. Macché! L'aquilone cade al
suolo e ricomincia a balzellonare sulla sabbia. "Non c'è abbastanza vento"
sentenzia la mia mamma "riproveremo domani".
Più tardi torniamo a casa. L'aquilone è un po' malconcio. Ha vari strappi
e ha perso alcuni pezzi delle code.
Nel pomeriggio provvediamo alle riparazioni e rattoppature. L'indomani
torniamo in spiaggia per la seconda prova, ma l'aquilone non vuole volare.
Il nostro aquilone non riuscì mai ad alzarsi in aria, a volare nel cielo. Sarà stata colpa del vento, dell'aquilone, o di me che non sapevo manovrarlo?
Albert - 6 Agosto 2002
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