Alberto Marcantoni

L'aquilone

"Domani faremo un aquilone" mi disse la mia mamma. Eravamo al mare, a Bellaria, sulla costa adriatica ad alcuni chilometri da Rimini. Io avevo cinque o sei anni, eravamo nei primi anni quaranta. Avevamo preso in affitto un "monolocale", cioè uno stanzone che faceva da soggiorno, cucina e camera, in una fila di casette di pescatori. Davanti c'era l'orto della proprietaria, la signora Giannina, giovane sposa rotondetta, piacente e sempre sorridente. Parlava romagnolo stretto e spesso non riuscivamo a capire neanche una parola.
Un vialetto attraversava l'orto e portava alla strada che costeggiava il porto canale, separata da questo da un largo spazio ingombro di barche in riparazione, grosse ancore, reti ad asciugare e vari oggetti d'uso marinaresco. Giungeva a casa nostra un intenso odore di salsedine e della pece usata per calafatare le barche.
Uscendo dal retro della nostra casa, c'era un minuscolo campo che la proprietaria coltivava a canapa, per filarne le fibre. Attaccata alla casa si trovava la piccola latrina. Il tutto era estremamente modesto, ma per noi andava benissimo ed eravamo felici di poter fare la villeggiatura, all'epoca riservata a pochissimi. Non c'era il mio babbo e penso che fosse stato militare, in guerra.

La sera uscimmo un po' a passeggio e la mia mamma prese sulla spiaggia una canna secca. "È per costruire l'aquilone, domani" mi spiegò. Io ero entusiasta e non vedevo l'ora di cominciare il lavoro e poi correre sulla spiaggia tenendo l'aquilone al filo.
Immaginate com'è la spiaggia di Bellaria al giorno d'oggi: file e file di ombrelloni, pochi decimetri di spazio a disposizione di chi vuole sdraiarsi al sole, solo pochi fortunati riescono a scorgere il mare. All'epoca non vi erano ombrelloni, solo poche tende, sparse e distanziate. Le tende erano formate da un rettangolo di tela grezza "di colore neutro", come si diceva allora, cioè tra il grigio e il nocciola. Ai due lati brevi la tela era inchiodata a regoli di legno, uno dei quali era fissato in cima a un grosso palo. L'altro era legato a due pioli piantati nella sabbia. I bagnanti potevano ripararsi del sole cocente all'ombra di queste tende. Anche noi avevamo la nostra tenda, che ci aveva approntato la signora Giannina.

La mattina dopo, di buon'ora, andiamo a fare la spesa. Dopo ci rechiamo in una cartoleria e la mia mamma compra due fogli di carta di pergamino, uno rosso e uno azzurro. Mi è sempre piaciuto entrare nelle cartolerie per l'intenso, piacevole profumo di legno di cedro, col quale sono fatte le matite.
Io non vedo l'ora di tornare a casa e cominciare la costruzione dell'aquilone.
Per prima cosa la mia mamma deve accendere il fuoco. Toglie la cenere dalla buchetta sotto il fornello del focolare, con l'apposita paletta, e la mette nel calderone della cenere: servirà per la prossima volta che farà il bucato. Poi mette una palla di giornale dentro il fornello di ghisa, ci butta sopra una manciata di carbone di legna, accende un fulminante e lo infila nella buchetta sotto il fornello, per accendere il giornale. Prende la sventola, che qua è diversa da quella che adopriamo ad Arezzo, in nastrino di paglia cucita a spirale, a formare un disco. Qua è in grosse penne scure di tacchino, messe un po' a ventaglio e tenute assieme da due stecche di legno, attaccate in cima al manico. La mia mamma comincia a sventolare energicamente davanti alla buchetta, fino a quando il carbone diventa ardente e di un bel colore arancione luminoso. Poi prende un tegamino, ci mette un pizzico di farina, un po' d'acqua e lo pone sul fornello. Di tanto in tanto dà qualche sventolata alla buchetta, per mantenete il fuoco. Intanto che si cuoce la colla di farina, prende la canna e con un coltello la spacca il sottili strisce dai bordi affilati. Io mi taglio subito le dita. Con la stecca più diritta ci ricava due bacchette di differente lunghezza, le pone in croce in modo che la parte superiore della croce sia più corta di quella inferiore e le lega strettamente assieme con del filo. Pone la croce sui due fogli di pergamino e taglia due grandi allungati triangoli di carta, uno rosso e uno azzurro. Appena la colla appare compatta e vischiosa, la toglie dal fuoco e attacca assieme i due triangoli. Aspettando che questi si asciughino, taglia la carta rimasta in striscioline e cominciamo a fare delle catene con queste, un anello rosso e uno blu, alternati. Si pone il rombo di carta di due colori sopra la croce di canna e vi si fissa, con un po' di colla e con del filo, poi si attaccano tre catene, due ai lati e una alla coda dell'aquilone. Resto a bocca aperta, è proprio bellissimo. Infine si legano due pezzi di filo ai quattro spigoli dell'intelaiatura, lasciandoli un po' laschi, e si uniscono al centro col filo di un rocchetto. L'aquilone è finito e lo lasciamo asciugare mentre ci prepariamo per la spiaggia. Adesso desidero solo andare a provarlo sulla spiaggia, lo desidero ardentemente. Voglio farlo sollevare lentamente, con dolcezza. Poi, correndo sulla sabbia, dargli sempre più corda fino a farlo salire su, sempre più su. Quando sarà altissimo, quasi un punto appena visibile, mi fermerò e si fermerà anche lui. Io mi sdraierò sulla sabbia calda a guardarlo lassù, altissimo, appena visibile, che si muove dolcemente avanti e indietro, sostenuto dal vento, con le lunghe variopinte code serpeggianti all'indietro, fino a farmi venire le vertigini, come ogni volta che guardo le nuvole in questa posizione.

Andiamo al mare e giungiamo presto, dato che è abbastanza vicino a dove abitiamo. Appena arrivati, stendo delicatamente l'aquilone sulla sabbia, gli do un po' di corda e comincio a correre. L'aquilone mi segue ballonzolando sulla spiaggia. Accelero un po'. All'improvviso l'aquilone si solleva di un paio di metri, alzandosi e abbassandosi di continuo, poi comincia a roteare velocemente su se stesso. Ad un tratto punta il muso in basso e un attimo dopo è piantato nella sabbia. Lo raccolgo e mi metto di nuovo a correre, in senso inverso, tornando indietro. Il risultato è peggiore che all'andata. Allora la mia mamma lo tiene sollevato, seguendomi mentre io riprendo a correre, poi lo lancia verso l'alto. Macché! L'aquilone cade al suolo e ricomincia a balzellonare sulla sabbia. "Non c'è abbastanza vento" sentenzia la mia mamma "riproveremo domani".
Più tardi torniamo a casa. L'aquilone è un po' malconcio. Ha vari strappi e ha perso alcuni pezzi delle code.
Nel pomeriggio provvediamo alle riparazioni e rattoppature. L'indomani torniamo in spiaggia per la seconda prova, ma l'aquilone non vuole volare.

Il nostro aquilone non riuscì mai ad alzarsi in aria, a volare nel cielo. Sarà stata colpa del vento, dell'aquilone, o di me che non sapevo manovrarlo?

Albert - 6 Agosto 2002

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