Alberto Marcantoni

Il mio primo meccano

Arezzo fu liberata il 16 Luglio del '44. La mia famiglia fu una delle prime a tornare in città, dopo lo sfollamento. La casa dove abitavamo prima della guerra, in Via Guido Monaco, vicino alla stazione, era stata gravemente danneggiata dai bombardamenti e così andammo ad abitare in una casetta che mio padre aveva ereditato, al Pontenuovo, in Via Trento e Trieste. Ciò procurò gran dispiacere a mia madre che fin da giovanissima, chissà poi perché, aveva sempre odiato quella zona, quella via. Certo a quell'epoca il Ponte Nuovo, come Pescaiola o Le Cacciarelle in via Fiorentina, erano zone isolate, distanti dalla città, quasi in campagna o, come si diceva allora, "fuori porta".
In effetti la proprietà di mio padre era mezza casa, la metà di destra. L'altra mezza era di un altro proprietario. La casetta era a tre piani: un piano seminterrato, quasi completamente sotto il livello stradale, ma a piano terra rispetto al retro, dove avevamo un orticello.
A questo piano avevamo tre locali: uno abbastanza luminoso, un secondo pochissimo illuminato da una finestrella verso la strada, un terzo completamente buio. In questi tre locali, seminterrati, umidi e malsani, viveva una famiglia di nostri pigionali, la famiglia Ravasio. Noi occupammo il piano rialzato, composto di due locali, cucina e salotto, e il primo piano con due camere ed una cameretta posta sopra l'androne e fornita di un terrazzino che si affacciava sulla via. Io dormivo in camera coi miei genitori. L'altra camera era occupata dai genitori della mia mamma. I servizi, se così si potevano chiamare, erano a metà scale tra il piano rialzato e il primo. Da una minuscola terrazzina, sul retro, si accedeva a un cubicolo con la tazza W.C.
Non avevamo ripostigli o scantinati, essendo il piano seminterrato occupato dai Ravasio e la mia mamma fece di tutto finché non riuscì ad ottenere lo sfratto coattivo di questi disgraziati. I due locali bui divennero depositi di carbone, carbonella e legna da ardere. Oggi non rileviamo la loro importanza, ma costituivano l'unica risorsa per cucinare e riscaldarsi in inverno. La stanza migliore, quella luminosa, rimase quasi inutilizzata. Vi si riponeva qualche oggetto che non si conservava in casa.

Quando, dopo essere sfollati, tornammo ad Arezzo vi vivevano pochissime persone. La città era in mano alle truppe alleate. Il primo giorno che desinammo ad Arezzo non riuscimmo a trovare acqua. La mia mamma comprò un fiasco di vino e durante il pasto bevemmo quello. Quando ci alzammo da tavola ci girava la testa: eravamo un po' brilli. Il giorno seguente trovammo una fontana che buttava acqua. Da allora io fui addetto ad andarvi a riempire le bottiglie. La fontanella era posta all'angolo di Via Francesco Folli, a cento, centocinquanta metri da casa nostra: una bella fatica per un bambino di sette anni. Il giorno del nostro ritorno la mia mamma volle andare, nel tardo pomeriggio, a fare una passeggiata per il Corso, come era solita fare prima dei bombardamenti. Il Corso Vittorio Emanuele, in seguito ribattezzato Corso Italia, era praticamente deserto e i nostri passi rimbombavano sul selciato. Molte case ai alti della strada erano state più o meno distrutte dalle bombe. Con le pietre recuperate erano stati costruiti alla meglio dei muretti al filo strada, a sostegno dei grandi cumuli di detriti e calcinacci che si scorgevano dietro, con le travi in legno che spuntavano verso l'alto. Si vedevano le pareti rimaste in piedi con le varie stanze, ognuna con un colore differente, separate dalle tracce dei muri divisori e dei solai crollati. Di cittadini se ne vedevano pochissimi, molte invece le coppie di militari, quasi sempre della Military Police, con le caratteristiche alte ghette di tela bianca. Ad un tratto ci venne incontro un militare di colore, alto e grosso. Si avvicinò a mia madre e con un sorriso le offrì una scatoletta, lei l'accettò volentieri. Conteneva sardine sott'olio e le mangiammo a cena. Erano buonissime e per tutto il pasto la mia mamma lodò quel soldato di buon cuore.

Dopo la guerra l'economia italiana era praticamente annullata, inesistente. Non si trovava niente, di nessun genere. I negozi erano quasi tutti chiusi, ma penso che, se anche fossero stati aperti, non avrebbero avuto niente da vendere. L'unica bottega aperta nella nostra strada era un negozio di generi alimentari e qui si poteva trovare qualcosa. Se si voleva acquistare qualsiasi mercanzia, dovevamo acquistarlo alla "borsa nera", cioè da quelle persone che, chissà attraverso quali canali, riuscivano a procurarsi cibarie e merci varie. Erano le uniche a disporre di mercanzie da vendere. Purtroppo ogni giorno i prezzi lievitavano, ad ogni acquisto ogni merce costava di più. Si pagava con le "Amlire", la moneta cartacea che era stata stampata dagli americani. Le banconote erano piuttosto piccole, di formato quasi quadrato e a vivaci colori, verdolino, o rosa, o celeste.
Gli italiani si sono sempre ingegnati per poter far soldi, o almeno quel poco che permettesse di sopravvivere. Ad esempio, visto che i bicchieri erano introvabili, qualcuno pensò di raccogliere le bottiglie di birra dei soldati alleati: se ne trovavano in grandissime quantità Erano bottiglie larghe e tozze, in vetro marrone e a buccia d'arancio. La bottiglia veniva tagliata subito sotto il punto in cui cominciava a restringersi verso il collo, poi era molata perché non fosse tagliente e il bicchiere era pronto. Tutte le donne ne compravano, visto che in quasi tutte le famiglie i bicchieri scarseggiavano.
Si fabbricavano zoccoli usando vecchi copertoni di automezzi. I vestiti si cucivano utilizzando le coperte americane, di ottima lana, anche queste acquistate al "mercato nero".
Uno degli articoli più ricercati erano i rocchetti di filo per cucire ma di quello di buona qualità. Filo se ne trovava, ma era pessimo, inconsistente: bastava tirarlo un po' e si rompeva. I venditori naturalmente esaltavano la qualità di quello che vendevano: "È quello di prima della guerra" declamavano agli acquirenti. Ma non appena si provava a cucirci, si strappava con gran facilità, alla minima trazione. I prodotti di "prima della guerra" erano molto ricercati, ma era praticamente impossibile trovarne. Un altro modo di dire molto usato era quello di raddoppiare il nome del prodotto: caffè-caffè, cioccolata-cioccolata... Stava ad indicare il prodotto vero, autentico, non un surrogato, un'imitazione.

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