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Jan STEEN - La scuola del villaggio
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Prendersi cura
l'autobiografia nel disagio sociale e nelle relazioni d'aiuto

Sergio Tramma
Anghiari, 27 29 settembre 2002
Relazione di Anna Maria Noferi

Non è stato facile all'inizio. Siamo arrivate tutte desiderose di apprendere le tecniche, di scoprire il segreto per prendersi cura degli altri attraverso il metodo autobiografico e l'ascolto e una delle prime riflessioni che il professor Tramma ci suggerisce è chiedersi se si sono avute reazioni di fastidio nei confronti di persone che ci hanno raccontato la loro vita e il primo esercizio di scrittura è di raccontare invece se altri hanno manifestato disinteresse e fastidio a un nostro racconto.
Perché la pratica autobiografica può anche creare problemi per gli operatori e può essere sentita come un'aggressione da parte delle persone che si desidera aiutare.
E' necessario quindi ricostruire la dimensione della cura partendo dalle nostre esperienze, così da essere inseriti in una esperienza che si è sperimentata. Bisogna prima di mettersi nei panni degli altri, mettersi nei propri panni; questo vuol dire scoprire l'utente che è in noi.
Per questo le esercitazioni poi fatte sono di tipo autobiografico. Raccontare:
  1. un episodio di cura ricevuta
  2. un episodio di cura erogata
  3. un'esperienza positiva con un servizio
  4. un'esperienza negativa con un servizio
  5. prendersi cura: i miei punti forti
  6. prendersi cura: i miei punti deboli
Ci si divide in sei gruppi ed ognuno esamina un tema trattato. Si evidenziano gli elementi che emergono, se vi sono agganci alla narrazione autobiografica - anche solo momenti, tratti, o sfumature - e se compare una dimensione narrativa.
La portavoce illustra quello che è emerso e un'altra componente del gruppo scrive alla lavagna uno schema.

Gruppo n. 1 - Cura ricevuta, come viene percepito un atto di cura
Cura informale senza intenzionalità, comprensione da parte della persona che ha erogato la cura e compartecipazione. La comprensione è sentita come ascolto, gesto non invadente, non una trasmissione, non un servizio ma un accompagnamento.
La comprensione può manifestarsi anche con un contatto fisico non intenzionale, un oggetto, un libro.
Cura inserita nella normalità.
La parola sembra avere meno importanza della presenza fisica, in alcuni casi sembra essere un'intrusione. Solo in due testi appare un rapporto tra cura e autobiografia.

Gruppo n. 2 - Cura erogata
Qui la narrzione è invece emersa spesso. La richiesta di chi eroga la cura non deve essere invadente, si può solo stimolare nell'altro la narrazione. E' necessaria la reciprocità tra chi da e chi riceve cura, una specie di attivazione di autocura che vuol dire essere lì e ascoltare, lasciare il tempo all'altro di esprimersi, dare il proprio tempo all'altro.
Ascolto attivo, empatico, mettersi nei panni dell'altro. Non giudicare, non pretendere cambiamenti.
Accoglienza che fa scattare il senso di benessere, gratuità (amici e parenti).
Dunque cura ricevuta ed erogata su di un piano spontaneo non formalizzato, ma con intenzionalità di cura forte.
Ci sono luoghi - malati terminali, anziani cronicizzati - dove però non possiamo trasformare il piano della cura nel piano autobiografico, dove è un prendersi cura senza parole, dove è fondamentale la vicinanza.

Gruppo n. 3 - Servizi positivi
I più citati sono: la Sanità, la Banca, la Scuola, la Posta, le botteghe.
Le parole che emergono più spesso sono: empatia, ascolto, disponibilità al dialogo, attenzione, sguardo accogliente, gentilezza, sollecitudine, assunzione di responsabilità, premura, accoglienza, coinvolgimento non intrusivo, bisogno anticipato soddisfatto, gestualità leggera non invadente, affetto, dolcezza, precisione e competenza, generosità.
Parole importanti da non dimenticare da parte di chi vuol prendersi cura degli altri.
In alcuni casi si racconta la prevenzione verso un servizio e poi il passaggio dal pregiudizio allo stupore e infine alla maturazione di fiducia verso gli altri e il servizio stesso. Processo che crea autostima.
Emerge l'importanza di poter raccontare ed essere ascoltato per dare senso e significato all'accaduto.

Gruppo n. 4 - Servizi negativi
Anche qui al primo posto appare la Sanità, poi la Scuola, Istituzioni pubbliche varie e Società private.
Nella denuncia di un disservizio emergono aspetti di incompetenza e scarsa professionalità del personale o nella gestione del servizio stesso anche come frammentarietà nel lavoro all'interno dei servizi.
Vengono denunciati mancanza di attenzione e ascolto, mancanza di rispetto dei tempi della persona nel disagio.
Le reazioni emotive sono di rabbia, delusione, frustrazione, smarrimento, alienazione, solitudine, impotenza. Raramente queste sboccano in una ribellione e in una denuncia.

Per individuare una buona cura bisogna partire sempre dalla storia del soggetto; per capire cosa è per lui la buona cura è utile l'autobiografia.
Lavorare sul bisogno significa ridare al soggetto le parole su cosa sta succedendo, analizzare il bisogno quindi non partendo dalla propria opinione ma dando voce al soggetto.
Far raccontare la storia e cogliere il disagio. Questo è soprattutto valido per i minori e per gli anziani. Importante è far raccontare la storia di avvicinamento al servizio con educatori intenzionali.
La domanda dovrebbe essere: "mi racconti la sua storia".
Bisogna aprirsi la possibilità di indagare quali siano gli strumenti da utilizzare in una data situazione.

Gruppo n. 5 - I punti forti
Al primo punto è l'empatia come disponibilità ad accogliere l'altro, disponibilità a livello umano, come ascolto attivo con assenza di giudizio. Il rischio è che però ci sia immedesimazione.
Importanti poi sono i tempi, saper aspettare cioè che la persona riesca a formulare la richiesta di aiuto.
Altri punti di forza sono: l'attenzione e la curiosità non invadente, il ruolo dell'operatore di fare memoria con la possibilità di restituire la propria storia all'utente, il ruolo attivo dell'utente rispetto al raccontarsi che vuol dire sentirsi responsabile e partecipe rispetto alla cura, il ritorno all'operatore in termine di conoscenza con un possibile cambiamento dell'agire dell'operatore che accetta i propri limiti e i propri errori, la consapevolezza che aiutare gli altri è aiutare se stessi.
In questo gruppo la maggior parte degli scritti erano riferiti all'ambito professionale.
Il punto forte è tutto riferito all'ascolto, al far parlare gli altri, all'essere disponibili.

Gruppo n. 6 - I punti deboli
La preoccupazione nel dare risposte più che nell'ascoltare.
L'incapacità di dire no e dare limiti all'altro.
I tempi che vanno rispettati in un servizio mentre è più difficile farlo nell'ambito familiare.
L'inadeguatezza di fronte alla persona che sta molto male.
La difficoltà a usare il gesto.
La paura di perdere la propria identità.
Si evidenzia che i punti deboli e i punti forti possono essere vicinissimi e che anche qui è necessaria una preparazione su di noi prima di prendersi cura degli altri.

Non è possibile la giusta distanza per giudicare un punto forte da un punto debole, bisogna rielaborare di volta in volta.
Il coinvolgimento emotivo è antiprofessionale perché non ci si distingue più dall'altro, ma l'eccessiva distanza non fa comprendere le ragioni dell'altro.
Nei servizi il rischio è lo scarso coinvolgimento mentre nelle relazioni quotidiane ci può essere al contrario il rischio di troppo coinvolgimento. Si deve riflettere se l'altro ci sente vicino utilizzando la parola oppure se occorre un gesto.
E' importante oltre l'autobiografia degli utenti anche quella degli operatori; la riflessione sulla nostra storia dovrebbe essere costante. Questi momenti di autoriflessione permettono di affrontare meglio la situazione con l'adulto problematico.
Si deve ricostruire il nostro essere adulti per aprire una finestra sull'adultità altrui.
La narrazione può essere una risorsa in quanto genera attribuzione di senso e una maggiore consapevolezza, ridà significato all'esperienza, stimola la ricerca a migliorarsi e genera una tensione al cambiamento

L'ultima esercitazione è individuare alcune aree di disagio e ipotizzare un progetto di tipo autobiografico. Si definiscono gli obiettivi, gli strumenti, le risorse.
Le aree scelte sono:

  1. anziani non istituzionalizzati
  2. immigrati
  3. agenti di polizia
  4. malati terminali
  5. lavoro - occupazione
  6. formazione - lavoro
Vengono illustrati il progetto n. 1 e il progetto n. 2

Per il Progetto anziani si cercano le realtà che ci sono nel territorio, le organizzazioni, i centri di aggregazione, le famiglie.
Si crea una mappa cognitiva di riferimento per il recupero della memoria orale o per l'utilizzo della scrittura (i giochi, le feste, i mestieri, la tavola) Restituzione e condivisione, progettualità in divenire: mostre, teatro, mnemoteca, libro.

Per il Progetto immigrati l'obiettivo è fare emergere i bisogni e le aspettative, il valore e il senso del proprio progetto migratorio. Gli strumenti sono: creare uno spazio accogliente, cartina geografica del paese di origine, musica del paese di origine etc.
Importante è il mediatore culturale che per primo racconta la propria storia; se si racconta la propria storia si apre la possibilità agli altri di raccontare la loro.
Indagare qual'era il modo della narrazione del paese di origine; la prima domanda non sarà: raccontami la tua storia", ma raccontami la storia dei tuoi oggetti oppure la musica ascoltata etc.
La prima domanda dovrebbe essere: "dimmi quello che sai". Si deve cercare di trasformare un bisogno in domanda da parte del soggetto che ci sta davanti.
Il progetto è definire alcuni orientamenti poi la realtà si modifica durante il tragitto e l'autobiografia che si costruisce è sì aiutata dall'esterno, ma con strumenti che si trovano di volta in volta.

Ci si lascia con la promessa di elaborare gli altri progetti e di spedirli al prof. Tramma.
Il gruppo del progetto "anziani" fa la proposta di creare ad Anghiari un gruppo di studio sul disagio. A questa proposta aderisce anche il professor Tramma.

Alcune di noi non ce l'hanno fatta, si sono stancate, hanno pensato che non meritasse continuare un percorso faticoso e di cui non vedevano la meta e così sono tornate indietro.
Peccato però perché poi avrebbero trovato la risposta insieme alle altre che hanno continuato il cammino.
Ma peccato anche per noi che siamo andate avanti ma che non ci siamo però saputo prendere cura delle compagne di viaggio più inesperte, non le abbiamo ascoltate abbastanza o forse non siamo riuscite a far loro le domande giuste.
Si vorrebbe avere la possibilità di rifare l'esperienza per fare meglio, per non ripetere gli stessi errori, ma c'è anche da chiedersi se invece tutto sia andato come era giusto che andasse perché così abbiamo potuto sperimentare su di noi il disagio per capire che in fondo per prendersi cura degli altri occorre molta umiltà e la disponibilità a mettersi sempre in gioco e a non aggrapparsi a modelli sperimentati, ma a costruirli via via insieme alla persona che in quel momento ci si affida.


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Progetto grafico realizzato da Ada Ascari