MALANDRINO

Al cinema da soli non si poteva andare. C’erano i “malandrini”. Nella via in fondo al paese non si poteva andare, c’erano i malandrini. Nemmeno dietro al campo da bocce.
C’erano sempre questi malandrini, quando si trattava di andare in qualche posto un po’ allo scuro.
Allora una volta avevo chiesto: «Ma come si possono riconoscere i malandrini?».
«Hanno i capelli lunghi» mi avevano risposto.
(Franco Carlevero Gessica)

STIC

Rendersi conto del reale significato di una parola dopo averla usata per trent’anni, un po’ è una delusione.
- Sei fai la brava ti prendo uno stic.
Oppure:
- Come lo vuoi lo stic, rosso o verde?
Oppure:
- Il mio stic preferito è quello cocacola.
Lo “stic” insomma era il ghiacciolo. Tutti buoni tranne l’azzurro, quello anice.
E poi a trent’anni rendersi conto che lo stic in realtà era lo stick. La stecca, il bastone, per l’americano.
(Franco Carlevero Gessica)

GUANTIERA

La parola “guantiera” mi riporta agli anni ’60 e mi fa pensare a momenti di vita gioiosa vissuti in un paese della Calabria. Ricordo questo oggetto per l’uso che facevano gli adulti ma ricordo anche quando e perché la usavamo noi bambini.
Mia madre la usava in occasione di visite da parte di parenti o amici. La guantiera  si copriva con i più bei centrini, ricamati ed adornati di pizzi, su cui si ponevano bicchierini per vermouth o liquori o dolci fatti in casa  tra i quali, create per i matrimoni, le “cannestrelle”.
Nei matrimoni che si festeggiavano in casa, enormi  guantiere imbandite di dolci tipici, panini, taralli,  confetti e biscotti vari facevano bella mostra sui mobili. Anche in occasione delle festività natalizie e pasquali, le guantiere ricche di dolci rigorosamente fatti in casa erano utilizzate per portare un dono alle persone del vicinato o a parenti e amici in lutto.
Noi bambini usavamo le guantiere (pezzi di cartone o comunque un piano rigido) durante le feste per il battesimo delle bambole  o quando le nostre mamme o i parenti ci chiedevano di portare i dolci alle persone che non erano venute al matrimonio.
Noi piccoli ci sentivamo importanti. Dopo aver consegnato la guantiera, la signora la svuotava, riponeva all’interno il centrino ben piegato, ci ringraziava e ci faceva il “ complimento ” che consisteva in una regalia di soldi o di dolciumi. Se questo non avveniva, tornavamo a casa mormorando per il mancato bottino e con la promessa che non saremmo più andati da quella tirchia.
Le guantiere erano importanti vassoi di porcellana, alcune circondate da ringhiere di metallo cesellate a mano. Nelle famiglie più facoltose erano di argento o di ottone con manici in madreperla, finemente decorate. Le più comuni erano di acciaio.
(Mariella ed Ornella Iannicelli)

PITOCCO

Ecco un’altra parola che, quando mi torna alla mente, mi fa risuonare la voce di mio padre, spietato e sarcastico fustigatore degli spilorci, dei taccagni, dei tirchi, dei pidocchiosi. Confesso che io ho preso da lui, come mi pare di aver già detto. Mi indispongono particolarmente i pitocchi “di testa”, ovvero di mentalità, quelli che, come recita il detto, «vorrebbero risparmiare anche sull’aria che respirano». E poi ci sono coloro che, pur non trovandosi in malvagie condizioni economiche, appaiono sciatti e trasandati. E torno a mio padre: «Si veste come un pitocco!», tuonava, non sapendo che, anticamente, il pitocco era proprio una veste corta da uomo.
Non può mancare, infine, la citazione di quel Carducci (ancora mi ronza!) che non ho mai particolarmente amato, ma che oggi ringrazio per aver detto in modo gradevolmente spiritoso ciò che il poeta non è:
«Il poeta, o vulgo sciocco, /Un pitocco /Non è già, che a l’altrui mensa /Via con lazzi turpi e matti/
Porta i piatti / Ed il pan ruba in dispensa».
(Alfredo Tamisari)

SPITINFIA

Inutile cercare “spitinfia” sui vocabolari: non c’è. Dispregiativo affettuoso lombardo, squisitamente femminile, non molto diverso da “pittima” (VEDI). Un uomo può essere spitinfia di fatto, ma non di nome.
«Non fare la spitinfia» diceva mia madre quando allontanavo il piatto arricciando il naso. Nel suono e nelle smorfie che deve fare la bocca per pronunciarlo c’è il significato. Strano vocabolo gergale cui non mancano attestazioni letterarie: Guido da Verona nella sua parodia de “I promessi sposi” dice che Don Abbondio in segreto dava della spitinfia a Lucia. Come dargli torto?
(Isabella Vaj)

BISLACCO

Dovrebbe essere un aggettivo di grande attualità, vista la qualità “bislacca” dei comportamenti, dei rapporti, dei discorsi, del lavoro, in una parola, del reale. Questa noncurante approssimazione oggi viene definita ‘leggerezza’. La competenza, l’attenzione, la precisione, per non dire l’acribia, vengono considerate equivalenti di ‘pesantezza’. Per i miei genitori fare le cose in modo bislacco era un marchio d’infamia, dal rammendare l’orlo di una gonna al rimettere in sesto il motore di una motocicletta. Il vocabolario registra un significato diverso da quello usato dai miei genitori: stravagante e strambo invece di trasandato, sciatto o negligente. In compenso fornisce un’etimologia interessante: forse dal veneto “bislaco”, epiteto dato ai veneti del Friuli e agli slavi dell’Istria, derivato dallo sloveno “beziak”, sciocco. L’accezione usata dai miei genitori era certamente più vicina a sciocco che a stravagante.
(Isabella Vaj)

TREBISONDA

La nuova casa era quasi completamente arredata, mancava solo qualche dettaglio. Vi entrai da solo per un sopralluogo. Ero tanto elettrizzato e tanto euforico che mi buttai a peso morto sul letto matrimoniale andando a picchiare la nuca sulla spalliera. Corsi subito in bagno a bagnarmi con l’acqua fredda. Risi di me e non rivelai l’accaduto alla fidanzata. Avevo 28 anni, ma l’innamoramento (e l’imminente matrimonio) mi avevano provocato una regressione all’età dell’infanzia, quando, ballando e saltando sui materassi, mi lasciavo cadere all’indietro. Insomma, non ero più in me, avevo perso letteralmente la “trebisonda”.
(Alfredo Tamisari)

CASTAGNOLE

Con questo termine si chiamavano le frittelle di carnevale nella mia cittadina dell’entroterra marchigiano. Mi ricordo la mamma che le preparava con amore cuocendole nello strutto e cospargendole poi di abbondante miele. Una bontà assoluta.
Uno di quei ricordi dell’infanzia che non si dimenticano e che si risvegliano a solo sentire il profumo di quelle leccornie.
Purtroppo, o per fortuna a sentire i nutrizionisti, lo strutto non è più usato e il sapore delle castagnole non è più lo stesso. Ma anche la società è profondamente cambiata da quegli anni ’60 in cui un pomeriggio passato aspettando di assaggiare le castagnole appena fritte costituiva un evento indimenticabile.

(Roberto Tilio)

IN PANCIOLLE

Mi è venuta in mente questa locuzione che ora non si sente molto pronunciare, ma, quando ero una bambina, mia nonna, mia madre e mia zia per stimolarci a impegnarci ci dicevano, e lo dicevano anche a me, «non stare ‘in panciolle’», «dai muoviti, gioca, salta!».
A me faceva molto impressione questa parola di cui non ci spiegavano il senso, ma che si svelava nel modo imperativo in cui la usavano e il senso conseguiva dai toni e dai gesti…
In ogni caso da grandicella chiesi la storia di questa locuzione, di come era entrata nella nostra famiglia e mia zia e mia madre mi raccontarono che da bimbe, per rifiutarsi di ricamare, si erano costruite un cuscino per due, piatto e lungo, da una parte argentato e dall’altra con una stoffa rosa. Lo chiamarono il cuscino di “panciolle” e quando erano stanche dicevano alla loro madre (mia nonna ): «Ora andiamo nel cuscino di panciolle per 5 minuti…».
Rovistando in un vecchio baule qualche tempo dopo per fare ripulisti con mia cugina, mia madre e mia zia, trovammo il cuscino e, poiché gli adulti non se ne erano ricordati fino a quel momento, scoppiarono in sonore risate. Noi ragazzine volevamo ricreare l’emozione e lo provammo. Non era né comodo, né carino, ma era pur sempre l’oggetto usato per quelle pause lavorative autoregolamentate.
(Patrizia Spoletini)

CRIBBIO

I vari dizionari si copiano a vicenda informandoci che cribbio è un’alterazione eufemistica del nome di Cristo in esclamazioni di meraviglia o di dispetto. In questo senso “cribbio” ricorreva nei racconti del signor Daverio, il vecchio anarchico della casa accanto, che amava intrattenerci  con episodi della sua prigionia in Spagna dove aveva combattuto nella guerra civile contro Franco. In alternativa usava ‘cazzeruola’, la forma eufemistica di un intercalare che avrei imparato solo vent’anni dopo. I miei compagni di liceo non usavano parolacce, neanche nella versione eufemistica, almeno non di fronte a noi ragazze.
Però per mia madre il cribbio era il setaccio: per lunghi anni dopo la guerra fu necessario setacciare la farina per separarla dalla crusca, a sua volta conservata con cura per un amico che teneva qualche gallina in giardino. Era compito di noi bambine cribbiare la farina per fare le tagliatelle la domenica e i ravioli a Natale. Una mia dotta amica sostiene che in realtà cribbio, nel senso di setaccio, ha una radice colta, dal greco krínein, scegliere, distinguere. Cribbio! Di certo mia madre non lo sapeva.
(Isabella Vaj)