CIPRIA

Fino ai suoi ultimi giorni, allo specchio del comò si pettinava con cura. Poi un velo di cipria sul viso. Femminilità mai sopita, quella di mia madre. Anche se lei non s’era mai truccata come le altre donne, solo quel vezzo e quella polverina dal profumo delicato prelevata dall’elegante scatolina rotonda.
«Mamma, perché non hai mai usato il rossetto?» le chiesi una volta.
«Figurati – mi rispose – ho provato tanti anni fa e tuo padre, quando mi ha visto…».
«Che cosa ha detto?»
«’Che novità è questa? Toglitelo subito’. Lui diceva che le donne truccate erano poco serie».
Ecco: la parola ‘cipria’ ha fatto emergere questo ricordo un po’ melanconico. Mi vien da dire: povera mamma! Anche se fra le rinunce sopportate a causa della sottomissione all’uomo, la privazione del trucco non deve essere stata per lei motivo di sofferenza. Infatti, era talmente attraente da non aver bisogno di nulla che amplificasse ciò che la natura le aveva donato. E la cipria? Un omaggio a Venere, la dea della bellezza (ma lei non lo sapeva).
Il termine Cipria deriva dal nome di Cipro, isola in cui Venere, la dea della bellezza, fu portata dai venti poco dopo essere nata dalle onde del mare.
(Alfredo Tamisari)

CREDENZA

Dalle piccole vetrate del buffet facevano bella mostra di sé le chicchere del caffè e, al piano superiore, la serie di bicchieri e bicchierini per il liquore perfettamente allineati. Tutto era appoggiato su candide tovagliette con gli orli di pizzo. Sul ripiano, l’oggetto più importante era la sveglia: il papà la caricava, la puntava tutte le sere e andava a posarla sul comodino.
Poi c’erano i cassetti per le tovaglie, i tovaglioli e le posate; ma ce n’era uno molto particolare: non era destinato a nulla; vi finivano oggetti di ogni tipo che temporaneamente non servivano, ma che avrebbero potuto venir buoni. Era un cassetto che si apriva quando si cercava qualcosa: si cercava, si cercava e quasi sempre si trovava altro («Toh, come mai sarà finito qui?» si chiedeva la mamma). Per me bambino era un cassetto magico e ogni tanto lo aprivo solo per il gusto di passare in rassegna le cianfrusaglie che conteneva. E magica diventava tutta la credenza quando si avvicinava il Natale. Il papà e la mamma mettevano in ordine tutte le parti visibili, toglievano dal ripiano la sveglia e i sopramobili per fare spazio al piccolo presepe. Non c’erano luci o lucine: ad accendere gli occhi solo una povera cometa di cartone impreziosita dalla porporina d’oro.
Interessante è l’etimologia di questa parola.
Credenza: dal lat. mediev. credentia, der. di credĕre «affidare, fidarsi, ritener vero» e dalla locuzione antica “fare la credenza”, riferita all’assaggio dei cibi. Nel Medio Evo le mense dei nobili non erano “sicure”: il rischio di morire avvelenati era un fatto, potremmo dire, di normale amministrazione. Per scongiurare questa trista eventualità i signori si erano circondati di persone che avevano l’ingrato compito di assaggiare la pietanza prima del nobile in modo che quest’ultimo potesse “credere” che cibi e bevande erano assolutamente privi di veleno. La cerimonia dell’assaggio era chiamata “dar la credenza” o “far la credenza”. Se l’assaggiatore restava ritto sulle proprie gambe, il signorotto era sicuro che quanto ingeriva non lo avrebbe portato a sicura morte. Da questa cerimonia deriva il nome del mobile che conteneva le posate e i cibi destinati al nobile palato.
(Alfredo Tamisari)

CROCICCHIO

Il crocicchio (nel dialetto ferrarese “crusar”) lo ricordo come luogo di parole.
Ho ancora in mente il brulicare dei crocchi e mio nonno che passava dall’uno all’altro: era un fluire di discorsi sotto il sole che picchiava sulla testa; io, curioso, ascoltavo e attendevo il momento in cui sarebbe arrivata la granita alla menta (per mio nonno il fresco passito di Pantelleria).
Era questo il mercato nell’assolato sabato mattina al paese dei nonni.
Anche alla sera, i crocicchi erano luoghi di incontro dove la quotidianità si esprimeva. Frotte di ragazzi e ragazze in bicicletta qui sostavano chiacchierando dopo il cinema o la serata danzante. Poi, ad uno ad uno, imboccavano la strada del ritorno. Fu così fino ai primi Anni Sessanta. Oggi la parola crocicchio è diventata desueta, come l’espressione «fare crocicchio», vale a dire incontrarsi per fare quattro chiacchiere.
(Alfredo Tamisari)

PACCA

Potrà sembrare strano, ma il ricordo di questa parola è ancora vivo in me a causa della cicatrice di una ferita sanguinosa dell’infanzia. Ogni tanto, quando faccio il bagno o quando d’estate mi metto in pantaloncini, la scruto sul mio ginocchio destro e immediatamente mi rivedo di ritorno dalla strada rettilinea del paese dei nonni, dove avevo raccolto la sfida della volata in bicicletta lanciatami da alcuni amici. Finì malissimo: una caduta rovinosa sulla ghiaia e il sangue che riuscii a fermare con un fazzoletto. «Va’ subito a casa a disinfettarti!» mi raccomandavano adulti e ragazzi. Tornai, tolsi il fazzoletto, osservai l’escoriazione profonda dentro la quale si erano conficcati parecchi sassolini. Il nonno mi medicò con l’acqua ossigenata e intanto borbottava: «Ah, a t’a ciapà ‘na bela paca!» (Ah, hai preso una bella pacca!). La parola ritornò nei giorni successivi; vedendomi fasciato, le donne del cortile esclamavano: «Cuss’at fatt, at dà ‘na paca in bicicleta? Va’ più pian banadét» (Cos’hai fatto? Hai dato una pacca in bicicletta? Va’ più piano benedetto bambino).
Ecco, da allora il significato di pacca è per me uno solo: una brutta botta. Altroché il colpo dato con la mano aperta detto “pacca sulle spalle”!
In quanto alla locuzione “nuovo di pacca” il cui significato è equivalente a “nuovo di zecca”, il termine pacca è usato nel significato di ‘completamente, del tutto’. Ma sull’origine di questo modo di dire non c’è accordo. Alcuni sostengono che sarebbe corretto dire o scrivere “nuovo d’alpacca”. L’alpacca la si usava per fare le posate. Anni fa, quando furono creati i primi servizi da tavola in alpacca, qualcuno ebbe l’idea di affiancare qualcosa di nuovo a questa preziosa e lucente lega metallica: le posate vennero quindi argentate. Nacque così l’abitudine di assimilare una nuova cosa all’alpacca e dire: è nuovo di “alpacca”.
Secondo un’altra ipotesi, l’origine dell’espressione bisogna cercarla in una lingua finnica dove “pakka” è il mazzo delle carte da gioco; nelle partite importanti viene usato il mazzo nuovo, la carta che si tira fuori é “nuova di pacca”.
(Alfredo Tamisari)

PIGNATTA

Quando si avvicinava mezzogiorno, le donne, se erano fuori casa, si affrettavano a rientrare: bisognava preparare il desinare e quindi mettere la pignatta sul fuoco.
Nella cucina dei nonni, la batteria del pentolame era piuttosto povera. La pignatta ne era la regina: la pentola grande che serviva tutti i giorni. Me la ricordo: era di alluminio, bella panciuta e con due manici metallici, il fondo un po’ annerito dall’uso. La nonna la lavava con uno straccetto e la strofinava con la sabbia fino a farla brillare (i detersivi non c’erano ancora). Arrivava il nonno e sollevava il coperchio per controllare e la nonna lo rassicurava: «È quasi pronto!». Il nonno (paterno) allora si sedeva a tavola e tamburellava le dita sulla tovaglia per l’impazienza, oppure ingannava l’attesa sgranocchiando un crostino. Il nonno materno, invece, di pazienza ne aveva davvero poca: a mezzogiorno in punto si sedeva a tavola e, se la minestra non era ancora stata scodellata, cominciava a sbraitare: «E lora, a ch’ora at miss su la p’gnata?» (E allora, a che ora hai messo sul fuoco la pignatta?). La nonna, paziente, non reagiva, ma si dava da fare per accelerare… Povere nonne, quanto hanno dovuto subire e sopportare! Ma per loro era normale considerare sacri i loro uomini.
Legata alla pignatta è la figura dello stagnino o magnano, un vecchio artigiano itinerante.
Era un saldatore che si stabiliva temporaneamente nelle piazze dei vari paesi, e dopo aver preparato la sua fucinella portatile alimentata a carbone, attendeva che le massaie gli portassero secchi, padelle e pentole da aggiustare e da stagnare. Sì, perché a quei tempi quando il fondo di una pignatta si bucava per usura, mica la si buttava via!
(Alfredo Tamisari)

COPIONE

La prima accezione del termine è “testo di uno spettacolo teatrale o di un film”; la seconda accezione è “chi per abitudine copia compiti scolastici o generalmente atteggiamenti e comportamenti di altri” (Zingarelli). Unendo le due definizioni, si potrebbe dire con una battuta che «a scuola, come da copione, si è sempre copiato», oggi ancor più di un tempo.
Quando ero scolaro e poi studente, non c’erano sistemi e strategie sofisticate; non erano ancora stati inventati telefonini, calcolatrici o magiche penne, dunque si copiava da bigliettini accuratamente ripiegati a fisarmonica che si preparavano a casa. Ma voglio qui limitarmi al copiare “diretto”, vale a dire dal quaderno o dal foglio del compagno più vicino. Non era sempre agevole, specialmente quando si aveva la sfortuna di incontrare il “carognetta” che si barricava come se fosse in trincea con astucci e barriere varie per ostacolare la visuale sul proprio compito. Allora si cercava con lo sguardo la solidarietà di chi proprio vicinissimo non era, ma trovava il modo di lanciarti la pallottolina di carta della sua malacopia: molte traduzioni dal latino sono riuscito a risolverle in questo modo. La stessa pallottolina prendeva poi il volo verso altri bisognosi. Così interi periodi “critici” della stessa traduzione risultavano identici per un discreto numero di studenti con il conseguente rischio che l’insegnante ci sgamasse. Chi aveva copiato viveva dunque nel patema fino alla consegna dei compiti in classe corretti; era infatti consapevole che l’insegnante avrebbe potuto riconoscere i “copioni” i quali, ovviamente, si erano avvalsi delle riconosciute competenze di uno dei migliori della classe.
Quando diventai maestro, cercai di mettere in pratica i principi di una pedagogia umana e democratica. Mi infastidiva moltissimo l’alunno o l’alunna che si lamentava: «Maestro, mi copia!». Accorrevo al suo banco: «Cosa succede? Se vuol copiare, significa che ha bisogno. E tu aiutalo!».
Anche così cercavo di educare alla solidarietà e alla collaborazione.
(Alfredo Tamisari)

ESAME DI AMMISSIONE (alla scuola media)

Formidabile fu quell’estate! Il nonno mi portava in giro per il paese tutto impettito per l’orgoglio: «Oh ragazzitt, ah l’è ben inteligent vè!» (Oh, ragazzi, è ben intelligente!).
«Ah sì? E cuss’al fat?» (Ah sì? E cos’ha fatto?).
«L’ha superà du esam insiem e l’è stà promoss alla scola media» (Ha superato due esami insieme ed è stato promosso alla scuola media).
«Du esam? Ah l’è propria brav!» (Due esami? Ah è proprio bravo!).
E via con i complimenti (pacche sulle spalle al nonno). Io mi sentivo quasi un bambino prodigio.
In effetti, quell’anno scolastico era stato una faticaccia.
A gennaio (era l’anno 1948: così sapete quanto sono vecchio), la scuola dava ai genitori due possibilità: o far frequentare ai figli le scuole di Avviamento professionale che però impedivano la prosecuzione degli studi costringendoli ad immettersi, da lì a pochi anni, nel mondo del lavoro, oppure le scuole medie alle quali si accedeva mediante un esame – l’esame di ammissione, appunto – da sostenere nel caso di esito positivo dell’esame di quinta elementare.
L’esame di ammissione prevedeva un programma assai tosto soprattutto per la conoscenza dell’analisi logica, indispensabile per l’apprendimento del latino. Così, per cinque mesi, oltre a studiare per il programma di quinta elementare, fui costretto ad andare a lezione (a pagamento) per prepararmi a quell’esame che a noi bambini era presentato come uno spauracchio. Ma non solo l’esame d’ammissione, anche la scuola media che ci aspettava era descritta come “difficile”, “seria”, “una scuola che non scherza”, e così via. Tutte prospettive non lontane dalla realtà.
Il primo giorno di scuola media, a noi bambinelli con la tremarella nelle gambe, il preside rivolse questo grazioso discorsino di benvenuto: «Ora siete in una scuola vera, anche se puzzate ancora di elementari. Non meravigliatevi se io vi darò del lei, vuol dire che non vi considero ormai più bambini». Parole quasi testuali, ve lo assicuro. E questo linguaggio, usato anche da qualche professore, è la testimonianza del livello di autoritarismo della pedagogia di quei tempi.
L’esame di ammissione fu abolito solo nel 1962 con la legge n.1859 che istituì la nuova Scuola media unificata.
(Alfredo Tamisari)

SCHISCETTA

“Schiscetta” era un termine comune qui al nord fino a qualche anno fa; ora pare che stia tornando in auge, forse perché i lavoratori hanno capito che al frugale e malsano panino, magari consumato in piedi al bar, è preferibile un gustoso pranzetto portato da casa e preparato con cura dalla madre o dalla compagna.
La parola “schiscetta”, di origine milanese, indica nient’altro che un portavivande, un contenitore in metallo, con coperchio, trasportabile. Si chiamava così perché al suo interno il cibo stava “schisciaa” (schiacciato) cioè un po’ pressato per il poco spazio. Conteneva infatti un pranzo abbondante e completo: pastasciutta, una bistecca, un po’ di verdura.
Nelle vie di Milano, verso mezzogiorno, capitava di vedere, fuori dai cantieri o dalle fabbriche, manovali, muratori, operai che mangiavano seduti per terra dalla schiscetta, proprio come i soldati in caserma mangiavano dalla gavetta.
Anche questa parola mi riporta all’infanzia.
Mio padre lavorava al pronto soccorso di un ospedale. Una volta la settimana era di turno la notte. Era quella la sera in cui la mamma, la sorellina ed io ci recavamo a piedi al suo ufficio con un bel borsone contenente una cenetta calda in due schiscette. Il papà apparecchiava di tutto punto la scrivania dopo aver spostato in un angolo registri e scartoffie e si metteva a cenare mentre io, curioso, sfogliavo il librone dei “rapporti” tutti scritti meticolosamente a mano. Sfogliavo, leggiucchiavo, facevo domande e la mamma mi rimproverava: «Lascialo stare il papà che è stanco e deve fare anche la notte, lascialo mangiare in pace!». Mi piaceva soprattutto mettere a confronto le calligrafie (i rapporti in quel registro erano scritti anche dai suoi cinque colleghi). «Ma come scrive male questo!» ridevo. E il papà divertito:«Nella penna ha le zampe di gallina!» (era il suo capo).
Quando penso alla vita di sacrifici dei miei genitori, ancora mi commuovo.
Tornavamo a casa e la mamma ci metteva a letto. Lei cuciva pullover fino a tardi ascoltando la radio a volume basso. Il papà smontava dal servizio alla mattina alle 8 e, tornato a casa, riprendeva il suo secondo lavoro: il sarto. Tutto questo perché «i soldi non bastano mai» e poi «dobbiamo metterne da parte un po’ perché non si sa mai». Distrazioni poche. E anche poche coccole per noi bambini: non c’era tempo.
(Alfredo Tamisari)

BROCCO

Nelle attività fisiche sono sempre stato un “brocco” o, se preferite, una “schiappa”.
Da bambino, così chiamavano il mio tollino che sempre forava, vale a dire andava fuori dalla pista segnata sull’asfalto con i gessetti. Ma questo l’ho già raccontato (vedi TOLLINO), come ho raccontato la figuraccia che feci al poligono di tiro quando lanciai la bomba a mano molto lontana dal bersaglio e assai vicina al viso del mio sottotenente istruttore (vedi C. A. R).
Per queste ragioni non ricordo molto volentieri questa parola, anche perché, diventando vecchio, purtroppo mi si addice sempre di più. Brocco, infatti, si dice di un cavallo vecchio (e fin qui ci siamo), ma anche di una persona dappoco (e qui non ci siamo più!).
Brocco – ricordo – si diceva dei corridori che arrivavano sempre ultimi, come Luigi Malabrocca (quando il cognome è un destino) che divenne popolare perché indossò per due anni consecutivi la “maglia nera” del Giro d’Italia. Erano i tempi eroici di Fausto Coppi, ma anche i tempi in cui ancora lo sport esprimeva generosità tanto da premiare i brocchi: chi si aggiudicava la maglia di colore nero, infatti, aveva diritto a un cospicuo premio in danaro.
Brocco: dal latino “broccus” sporgente, riferito in particolar modo ai denti.
(Alfredo Tamisari)

PICCININA

Negli anni ’40-50, le ragazzine di 13-14 anni, terminata la scuola di Avviamento, iniziavano la loro carriera lavorativa come “piccinine”.
Le prime testimonianze di questo lavoro infantile risalgono agli anni Trenta.
Si legge in un’intervista presente nel Museo Etnologico di Monza e Brianza (“Monza racconta il cappello”):
«Quando ero bambina a Monza c’erano soltanto stabilimenti di cappelli. La mia famiglia non era benestante e io ero la maggiore dei figli, per questo ho incominciato a lavorare a undici anni. Sono entrata in ditta senza documenti, facevo la ‘piccinina’, cioè dovevo scopare i laboratori, stirare le fodere, uscire a comperare il pane o i bottiglioni di vino.  Guadagnavo quattro lire al giorno e a Natale mi venivano regalati venti centesimi e il torrone. In genere si faceva la ‘piccinina’ fino a 16 anni, poi si passava alla macchina; io invece a 14 anni ho iniziato a fare la cappellaia e ho avuto il libretto di lavoro» (Signora Antonia Radice, cappellaia, anni ’30).
Anche l’attività nel settore della sartoria, conobbe il lavoro delle bambine:
«Con un padre calzolaio e la madre ricamatrice, a Rosetta bambina, primogenita di dieci anni non resta che prepararsi il  fagottino. Andrà a Milano, da una zia sarta, come “piccinina”. Toglie imbastiture, sistema la stanza, impara a prendere in mano ago e filo, spilli, ferro da stiro, a sentire la consistenza delle stoffe. Raccoglie modellini, e con i ritagli di tessuti leggeri confeziona fiocchetti. Li darà a suo padre, per abbellire le scarpette (Biografia di Rosa Genoni).
Nella commedia di Sergio Tofano (Sto) “Qui comincia la sventura del Signor Bonaventura” (1927), uno dei personaggi è la Piccinina dal “sospiroso incanto”.
Trent’ anni dopo ritroviamo la piccinina che «recava le compere o gli indumenti stirati alle clienti, in una tipica cesta a fondo piatto rivestita talora d’incerato, o di tela» nel romanzo “L’Adalgisa” di Carlo Emilio Gadda.
Ai tempi in cui ero bambino si cantava ancora una canzone di successo, in realtà assai bruttina, intitolata “La piccinina” (versi di Mario Panzeri):
Oh, bella piccinina
che
passi ogni mattina
sgambettando lieta tra la gente
canticchiando sempre allegramente.
Oh, bella piccinina,
sei tanto birichina
che diventi rossa rossa
se qualcuno là per là,
dolce una frase ti bisbiglia,
ti fa l’occhiolin di triglia,
poi saluta e se ne va.

Quella che io ho conosciuto è stata una delle ultime piccinine.
Milano, ora città della Moda, era tutta un pullulare di sarte, modiste, camiciaie, magliaie. Le più intraprendenti richiamavano nelle loro case-laboratorio frotte di collaboratrici, ma il grosso del lavoro era dato all’esterno. Mia madre lavorava in casa come magliaia per conto di due signore della zona: confezionava golf e pullover che ogni giorno dovevano essere recapitati alle titolari dell’attività. Il più delle volte era la mamma stessa che consegnava il pacco e io l’accompagnavo. Ma quando una delle due padroncine aveva premura, telefonava alla mamma dicendole di tenersi pronta perché di lì a poco le avrebbe mandato la sua piccinina. Allora vedevo la mamma tutta affannata dare gli ultimi ritocchi e confezionare il pacco in fretta e furia. La piccinina si presentava anche lei trafelata, prendeva il pacco e via di corsa, senza ascoltare le raccomandazioni che si davano a quei tempi ai bambini:«Non correre e stai attenta quando attraversi la strada!». Mi pare ancora di vederla quella ragazzina, muta, timida, pallida, magrolina. Affacciati alla finestra, la vedevamo sfrecciare in cortile e il pacco era più grande di lei.
Piccinina, nel dialetto milanese “piscinina”.
(Alfredo Tamisari)