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27 al 30 giugno 2013
Raccontiamo la mia, la tua, la nostra storia

Per una nuova proposta: laboratorio narrativo rivolto a bambini dai 6 ai 10 anni
a cura di Micaela Castiglioni, Elena Manenti, Stefano Raimondi
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Wanda De Giorgis - Profumo d'infanzia Stampa
Riceviamo e volentieri pubblichiamoquesto scritto di Wanda De Giorgis

Profumo d'infanzia

Le avevo ceduto il posto. I capelli grigi, ma soprattutto la pelle avvizzita del viso e l’atteggiamento stanco, denunciavano un’età avanzata. Subito qualcosa di quella donnina anziana mi parve familiare.
Il tram aveva ripreso la corsa e volutamente, per discrezione, avevo distolto lo sguardo. La sentii esclamare: “Ci sono, Wanda De Giorgis, quartiere di mezzo, secondo banco!”.
Era stata la maestra, che sicuramente era cambiata meno, a riconoscermi per prima.
La signorina Giuseppina B. mi baciò, mi chiese notizie mie, della mamma, delle sorelle più grandi. Avevo diciotto anni e lavoravo in una grande azienda come impiegata.
“Sono sicura” mi disse nel salutarmi, “che ti farai onore nella vita, come ti sei fatta onore a scuola”.
Ricordava tante cose di me, dunque mi aveva voluto bene?
Fu l’ultima volta che la vidi, lessi poi il suo necrologio. Mi rammaricavo di non avere nemmeno una fotografia fatta in classe per ricordare meglio com’era.

La mia maestra.
Quanto l’avevo amata, ammirata. “L’ha detto la mia maestra!”, pontificavo, sempre pronta a combattere con chi non fosse d’accordo.
Quanto avevo desiderato il suo affetto, la sua stima, ma di quest’apprezzamento che pur c’era stato, non ne avevo mai avuta la certezza.
Nell’enorme stanzone c’erano tre file di doppi banchi di legno, pesanti, scomodissimi. Nei posti davanti sedevano le alunne più basse, poi le altre e, in fondo, ombre scure contro il muro, le orfanelle e le figlie dei carcerati, con le trecce, il grembiule nero lungo, mentre le compagne l’avevano bianco, corto con fiocchi rossi al collo.
Erano meste, silenziose, rassegnate. Di loro avevo una visione confusa. Non parlavano nemmeno quando erano interrogate e la maestra diceva che stavano lì solo per scaldare il banco. Si sapeva che di pomeriggio, con qualsiasi tempo, uscivano dall’istituto per seguire i funerali. La maestra era fredda con loro e mai invitava le altre bambine ad aiutarle. Forse c’erano dei vuoti nella mia memoria, magari non era così e mi sbagliavo come quando, sensibile, suscettibile e gelosa, soffrivo perché le attribuivo preferenze per le alunne più ricche che spesso le portavano splendidi mazzi di fiori che lei metteva in un vaso sulla cattedra.
Solo alle “preferite” era concesso di cambiare l’acqua ogni mattina. Loro, le più ricche che, secondo l’usanza dei tempi, prendevano lezioni private di francese e di pianoforte, avevano i boccoli come Shirley Temple, le manine morbide e rosee, mentre io le avevo ruvide e rosse e, se appena potevo, le nascondevo. Portavano soffici pellicce al posto di cappotti rivoltati.
La mia maestra era piuttosto bruttina, minuta, magrissima con un naso importante, eppure io la vedevo bella come nessuna. Miracolo dell’amore!
Forse non era proprio quel che oggi si dice una brava maestra, forse misurava le persone dal denaro e dal successo che avevano nella vita trascurando chi possedeva di meno, ma insegnava bene le materie di studio.
Ripensandoci trovavo discutibili tante sue affermazioni e dure parole che già allora mi avevano procurato disagio e inquietudine se ancora m’inducevano ad amare riflessioni.
Non ammettevo certi metodi discriminatori che magari non erano inconsueti per un’insegnante degli anni trenta che aveva modelli sociali e culturali diversi da quelli di oggi e circa quaranta alunne da seguire, ma con il cuore, oggi come a quei tempi, superavo le perplessità, le incomprensioni, le ingiustizie che la mente suggeriva.
Qual era stata la vita privata della signorina Giuseppina B.? Non se ne era saputo niente, come se l’insegnamento vissuto come missione, non le avesse lasciato altri spazi. Si sapeva, invece, che amava Pascoli, Leopardi, Carducci e Manzoni. Ricordavo ancora a memoria le poesie da lei proposte, le sue nutrite e appassionate spiegazioni che mi avevano aperto spiragli sul meraviglioso mondo del pensiero.
Non era mai stata tenera con me. Pretendeva molto, convinta che severità e fatiche servissero alla formazione del carattere, soprattutto quando non si è aiutati da bellezza e ricchezza ed io davo quel che potevo, ma era facile deluderla. Cedeva e diventava indulgente solo nell’ora di cucito. Quando ordinava alle scolare incaricate: “Distribuire le borse del lavoro”, nella classe c’era un mormorio generale di approvazione. La sola che non condivideva il piacere ero io che, sommessamente, piangevo.
“Che cosa c’è?”, chiedeva la maestra e i suoi occhi, l’unica cosa bella del suo viso, brillavano divertiti.
“Non sono capace d’infilare l’ago”.
La signorina mi faceva sedere vicino a lei. Paziente mi aiutava.
“Se non la smetti bagni l’imparaticcio e lo insudici. Non è così difficile, ci riescono tutte. Quando sarai mamma e lavorerai per i tuoi bambini, chissà che cosa penserai di questi ridicoli pianti”.
Da grande, quando cucivo, ricordavo. Passavo e ripassavo l’ago ma ancora avrei preferito leggere. Anzi, mentre eseguivo i lavori di casa, se ero sola, il marito in ufficio, i tre figli a scuola, mi facevo compagnia recitando le poesie che dalla maestra avevo imparato ad amare. Mi aveva insegnato molto: la calligrafia, la lettura ad alta voce, un brano dalla prima all’ultima frase chiaramente e senza fretta, a fare i conti, mai sulle dita, a scrivere e descrivere le cose con semplicità, a consultare il vocabolario per misurare la forza e il valore delle parole. La storia raccontata da lei era affascinante, la geografia spiegata con la bacchetta che correva sulle carte appese al muro, dietro la cattedra, come lunghi tendoni, era precisa e indimenticabile.
Di quegli anni a scuola, a Milano, non avevo nemmeno una fotografia. La foto però cattura solo ciò che si vede in quell’istante. I ricordi personali vanno più lontano, parlano di sentimenti, gioie e sofferenze. Portano con sé il profumo dell’infanzia perduta.

Wanda De Giorgis
 
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