spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
27 al 30 giugno 2013
Raccontiamo la mia, la tua, la nostra storia

Per una nuova proposta: laboratorio narrativo rivolto a bambini dai 6 ai 10 anni
a cura di Micaela Castiglioni, Elena Manenti, Stefano Raimondi
Leggi tutto...
 
Vorrei vederti correre nella direzione che pił desideri

Un non-luogo. Un luogo disumano. Ma anche estremamente umano, poiché accoglie le illusioni malate, i sogni disperati, le solitudini, le tristezze. Di uomini e di donne.

Un luogo sezionato, spaccato da uno specchio unidirezionale.

Da una parte una stanza illuminata da una luce fredda, come quella di un ufficio, di una sala operatoria, di un’aula di anatomia patologica.

Dall’altra parte una stanza diversa, buia. Un buio che invita a fantasticare, a smarrirsi, a sognare. Un sogno nato da fantasmi interiori, da ferite dell’anima profonde, inguaribili. Un sogno sessuale e perverso solo nella sua dimensione di superficie, in realtà intriso, di dolore, di morte, di nulla.

Lo specchio separa una donna, nella stanza illuminata, da un uomo, nella stanza buia. L’uomo vede la donna. La donna non vede l’uomo; vede solo se stessa riflessa in quello specchio che la separa dall’uomo. Quasi un monito rivolto a sé: Guardati! Guarda come ti sei ridotta, come sei caduta in basso… Anche se, di fatto, la propria immagine riflessa può suggerire tante altre cose, meno banali e altrettanto drammatiche.

Il copione normale consiste in una simmetria di voyeurismo e di esibizionismo guidata dall’uomo e assecondata dalla donna. Lui parla, chiede, spesso ordina; lei obbedisce. L’uomo paga, quindi muove i fili del burattino di carne viva al di là del vetro. Lei, essendo pagata, si piega ai desideri del suo momentaneo padrone e lo asseconda in una paradossale e irreale simulazione del piacere. Un erotismo castrato, basato sulla parola e sullo sguardo: niente odori, niente calore della pelle, niente di sensuale. Erotismo senza eros.

Travis si è lasciato alle spalle da pochi istanti quel luogo, quella stanza buia. Ha abbandonato là una parte di sé. Ha consegnato alla donna oltre il vetro la sua vita trasformata in una storia, in un racconto. La loro vita. Anziché osservarla, mentre parlava, le ha girato la schiena. E ora le ha voltato di nuovo le spalle, forse per sempre.

Il rumore della porta di metallo che si è chiusa dietro di lui: un evento definitivo, senza ritorno, senza replica. Quella porta si può aprire solo dall’interno. Oppure con un pulsante posto chissà dove, in qualche ufficio, che nessuno avrebbe azionato per lui una seconda volta.

Alcuni eventi sono definitivi, irrimediabili. La chiusura di quella porta apparteneva a questa categoria di fatti.

È salito sulla sua vecchia Mustang, piena di polvere e di ricordi. La polvere sarebbe sparita in un autolavaggio qualsiasi. I ricordi non sarebbero mai stati svaniti. Lui era i suoi ricordi.

Non capiva, Travis, se si sentisse più leggero, se stesse meglio ora che quella porta si era richiusa per sempre. In ogni caso non aveva rimpianti.

Aveva saputo che lei si trovava là. Aveva voluto entrare in quel posto misterioso, inquietante. Vedere lei. Proprio quella donna. Al di là di quel vetro. E raccontarle delle cose.

Solo attraverso la storia che le avrebbe raccontato, lei avrebbe potuto intercettare il messaggio che le portava.

Lui e quella donna erano segnati da una stessa impronta, che avrebbe portato tracce di loro comunque e per sempre.

Dapprima l’aveva guardata, per pochi istanti. Poi aveva preferito girarle la schiena e parlarle attraverso quel microfono e quell’altoparlante che alteravano la voce rendendola metallica e inespressiva. Ci si poteva parlare solo accettando la condizione che le proprie parole perdessero spessore, risultassero artificiose, anonime, gelide, venissero svuotate di affetto, di tensione, di vita. Ci si parlava attraverso la barriera di vetro solo sacrificando la propria identità. Ogni donna, come ogni uomo, aveva la stessa voce. Così un uomo qualsiasi parlava con una donna qualsiasi. Due anonime sinopie prive di colore e di storia.

La disumanizzazione era parte del contratto. Si cercava un rapporto erotico, ma senza umanità non poteva esserci erotismo. Solo solitudine. Solo squallore.

La donna oltre quello specchio era bellissima. Travis lo sapeva bene. Non aveva l’aspetto provocante e intriso di quella lussuria convenzionale che si usa in quei luoghi. Era una giovane donna come tante. Bionda, pallida. Ostentava una sicurezza solo di facciata. Sembrava trovarsi lì quasi per caso, ma si sforzava di apparire a suo agio.

Era venuta a seppellirsi lì dentro per un conto in sospeso che non aveva ancora risolto e che forse le sarebbe rimasto appiccicato addosso per sempre.

Era disponibile ad accogliere qualunque richiesta dei suoi clienti al di là del vetro. Lei non li vedeva e quindi la cosa non la imbarazzava. Le sembrava di essere sospesa nel vuoto di ciò che le restava della propria vita e si trovava a fare cose che non la riguardavano.

Ora quel cliente voleva solo parlare. Almeno così sembrava. Non le chiedeva altro che di ascoltarlo. Un tipo strano. Né più né meno di tanti altri. E forse era meglio così. Lei poteva rimanere vestita e non doveva mettersi in gioco con il suo corpo. Anche se era abituata a farlo.

Travis, di spalle, immaginava il viso di lei, attraversato da quel velo di tristezza che solo lui riusciva ad intercettare. Tristezza di cui lui era parte fondamentale.

La storia che lui le stava narrando era la loro storia. Una storia che per tanti aspetti era uguale a quella di altri clienti, delusi da una donna, provati dalla vita, che venivano lì a piangere oppure a chiederle di spogliarsi, di toccarsi...

Anche quell’uomo protetto dal buio doveva essere uno dei tanti che, ad un certo momento, avevano visto l’oro del loro castello fatato d’amore corroso da un processo di ossidazione irreversibile. E così avevano perso tutto. Anche loro stessi.

“Un uomo era innamorato di una donna”. Così aveva cominciato Travis. E lei doveva aver pensato che quel cliente rientrava nella categoria di chi non cerca una prostituta ma un confessore, un confidente…

“Lei lo aveva trapassato con i suoi sguardi, con la sua dolcezza, con i suoi silenzi, e fin dall’inizio lui aveva capito che le loro storie non avrebbero più potuto procedere separate. L’uomo non poteva rimanere separato da quella donna nemmeno per un istante. Non per gelosia. Non per angoscia. Sentiva che non erano semplicemente due persone innamorate, ma si erano trasformati in un’unica entità. Non era vivo se non con lei. Aveva rinunciato anche al lavoro per poter rimanere con lei ogni istante”.

Non la vedeva, Travis, al di là del vetro. Non la voleva vedere. Qualunque sguardo di lei lo avrebbe potuto bloccare, gli avrebbe fatto perdere il filo del discorso, o avrebbe in qualche modo alterato lo stato d’animo da cui scaturivano le sue parole.

Lei non era annoiata. Si sentiva incuriosita. Anche se quella storia assomigliava a tante altre che si era sentita raccontare. Lei doveva semplicemente ascoltare e, di quando in quando, dire qualcosa per illudere lo sconosciuto avvolto dal buio che stesse partecipando con emozione al suo racconto, e naturalmente al suo stato d’animo.

“Poi lei rimase incinta e diede alla luce un bambino. Ma nel frattempo l’equilibrio tra lei e lui era saltato. Non c’erano più soldi. Lui non lavorava. I debiti si accumulavano. L’amore di lui e la vergogna per la propria inettitudine si potenziavano a vicenda”.

“E lei?”, chiese la voce femminile al di là del vetro.

“Lei giustamente non ne poteva più, era sempre irrequieta. Era arrivata a odiarlo…”

La donna sorrideva, intanto che si guardava le unghie.

“Lui decise di andarsene. La lasciò con il figlio. La amava. La amava tanto da dover fuggire da lei e dal bambino. Non sapeva perché, ma non poteva più rimanere lì. Era consapevole che lui avrebbe portato tutti e tre alla rovina, in breve tempo. Se ne andò. In tal modo avrebbe gettato nel baratro solo se stesso. Lasciò lei e il bambino nel camper…”

Fu proprio mentre Travis pronunciava quella parola, camper, che lei cessò di osservarsi le unghie e fissò lo sguardo in direzione dello specchio, cercando inutilmente di vedere l’uomo al di là di quella barriera. Ma vedeva solo se stessa, l’immagine di sé che la guardava, la scrutava, come lei scrutava inutilmente quella superficie riflettente per oltrepassarla.

Il racconto proseguiva. L’uomo parlava con voce monotona, quasi le stesse facendo un resoconto distaccato, una cronaca fedele e oggettiva.

Lei pian piano trovò la conferma che temeva.

L’animo di lui stava parlando a quello di lei, in una lingua che era solo loro, nella quale nessun altro sarebbe potuto entrare.

L’uomo le stava raccontando ciò che aveva fatto dopo che aveva lasciato lei con il bambino… l’incendio del camper… la fuga di lui e poi quella di lei con il figlio.

Quell’uomo che ora sembrava aver interrotto il racconto non voleva giustificarsi. Nemmeno voleva scaricarsi la coscienza. Men che meno voleva farla sentire in colpa…

Semplicemente le stava raccontando la loro storia.

Una lacrima scivolò sul viso di lei. Lui era sempre girato di spalle e non vide la lacrima.

Lei lo chiamò per nome. Voleva vederlo, ma vedeva solo ossessivamente l’immagine di se stessa, la sua vuota replica inutile in quella prigione altrettanto inutile.

“Prova a spegnere la luce”, le disse Travis. “Forse così mi potrai vedere”.

Mentre lei spegneva la luce bianca e fredda della sua stanza, Travis orientò sul proprio viso la lampada che aveva lì vicino.

Ora lei lo vedeva, benché in modo vago.

Lui si era girato verso di lei. Lei aveva appoggiato una mano sullo specchio, come per sondarne l’impenetrabilità.

Ma non era lo specchio ciò che li separava, e non sarebbero stati più vicini neanche se fossero tornati uno nelle braccia dell’altro.

Mai più due, e mai più soli.

Si erano detti qualcosa, che ora lui non ricordava bene. La memoria delle ultime parole di lei stava svanendo.

Forse era meglio così.

La porta si era chiusa alle spalle di Travis. Che stava scappando ancora una volta. Aveva scelto di nuovo la fuga.

Una fuga più virtuale che reale, che però forse li avrebbe salvati entrambi.

Da sempre teneva in tasca un foglio di carta, ormai gualcito, che non abbandonava mai. Una paginetta di quaderno ripiegata che lei gli aveva fatto scivolare in mano al tempo dei loro primi incontri. Era scritta in inchiostro verde, e conteneva una frase che amava particolarmente: “Vorrei vederti correre nella direzione che più desideri”. E lui non aveva avuto dubbi: quella mattina era corso proprio in quella direzione.

E ora non correva in una direzione diversa. Era sempre con lei, non sapeva in che modo ma ne era certo.

Stringeva con forza quel foglio nella tasca dei pantaloni.

Gianluca Barbieri

 
spacer.png, 0 kB

spacer.png, 0 kB