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27 al 30 giugno 2013
Raccontiamo la mia, la tua, la nostra storia
Per una nuova proposta: laboratorio narrativo rivolto a bambini dai 6 ai 10 anni
a cura di Micaela Castiglioni, Elena Manenti, Stefano Raimondi |
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Le nozze d'oro di una classe di ferro |
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Pagina 1 di 3 di Giorgio Macario
Veramente le nozze d’oro rappresentano cinquant’anni trascorsi insieme.
E tutti questi anni, a seconda se sono vissuti bene o male, possono passare in un attimo o durare quanto l’eternità.
Gli anni trascorsi dalla maturità, in realtà, sono solo –si fa per dire- trentasei.
Ma noi siamo giusto in quattordici ed essendo reduci dal vecchio e glorioso liceo scientifico, anche se non abbiamo approfondito troppo le nostre competenze letterarie, a scrivere e a far di conto, ce la caviamo ancora.
A ricreare il consueto clima immerso nei ricordi ci pensa Guido, oggi un po’ il padrone di casa visto che ci ritroviamo nel ristorante del figlio, che ci ha preparato per l’occasione un menu stampato su di una vecchia foto della classe, la ormai famigerata V G. Si disquisisce a fondo sul fatto se la foto sia dell’anno della V liceo o della IV e ad ogni discussione che si accende, qualcuno subito evoca il mitico Helmut (detto ‘Halzaimer’) per esorcizzare gli anni che passano e la memoria che si fa sempre più labile.
Mauro, grande esperto di ‘fuoriuscite’ dall’ambito scolastico, sentenzia che è senz’altro il IV anno, e se lo ricorda bene perché lui c’era. Mentre nel V anno non era più con noi, per i mille casi della vita.
Poi guardiamo meglio e ci accorgiamo che in questa foto di lui non c’è traccia. “Certo che non ci sono – replica prontamente- ma ricordo benissimo che quella mattina ero ai Parchi di Nervi!”
Con chi ci fosse andato e cosa ci facesse non si saprà mai, perché nessuno osa addentrarsi nella questione. E di fronte ad un ricordo così preciso, cadono anche le ultime resistenze e Mauro viene confermato, seduta stante, ‘Gran Maestro di Assentologia’.
D’altra parte, a questa discussione se ne sovrappone subito un’altra.
“Ma allora, se eravamo in IV –dico facendo sfoggio della residua memoria a lungo termine che penso mi sia rimasta- si tratta dello stesso anno della cena che abbiamo cercato di replicare l’anno scorso, quella con Gianni, il prof. Di matematica.”
“Mihiii! Come sei invecchiaaatoo!” si sente echeggiare due posti più in là.
“Quello era il III anno, non il IV. In IV e V avevamo già la Tombini di matematica!” (L’uso del cognome, in questo caso è una sorta di licenza poetica, anche perché il suo nome si perde nella notte dei tempi.)
Azzardo una timida replica, ipotizzando lo spostamento della cena all’anno successivo, per far combaciare ricordo e convinzione. Ma , ben presto, mi rassegno a questa discrasia, e ci tuffiamo nelle rievocazioni per piccoli gruppi che caratterizzano queste serate.
La dislocazione dei posti all’inizio è un po’ rigida. Io, da irrequieto qual sono, con le mie identità plurime che sgomitano per emergere, sistemo subito una seggiola vuota sull’angolo vicino al capotavola destro con il gruppo dei matematici e degli insegnanti cui è associata, per provenienza di fila, l’unica assistente sociale effettiva che possiamo vantare. In questo modo la mia appartenenza come docente è assicurata.
Al centro, un assortimento tecno-medico e psico-ingegneristico, mi vede presidiare, in qualità di psicologo, il versante umanistico.
Mentre all’estremità sinistra del tavolo, dove evito di collocare una postazione fissa e dove mi reco solo saltuariamente, una aggregazione amministrativo-bancaria-informatico-comunicativa è completata dalla nostra quinta colonna nel ramo trasporti.
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