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A partire dal mese di novembre 2013, presso l’Università di Milano-Bicocca, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “R.Massa”, avrà inizio il Corso di Perfezionamento

Pratiche di narrazione e scrittura
nei contesti di cura, medico-sanitari ed educativi

di cui è responsabile scientifico la dott.ssa Micaela Castiglioni (con il coordinamento di: Micaela Castiglioni, Ivano Gamelli, Elena Manenti, Lucia Zannini).
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Mitobiografia come terapia Stampa
Mitobiografia come terapia e come ricerca della saggezza di Romano Madera, Università di Milano Bicocca - 11 maggio 2002
Introduzione:
Per vostra sfortuna e per mia difesa, difesa probabilmente anche in senso clinico, leggerò.
In genere non leggo, quindi mi sono chiesto, la parte analitica in me mi ha chiesto: perché leggerai,? Perché cerchi di ridurre l'impatto emotivo della parola che nasce nel''improvvisazione?
La mia risposta, tralasciando i fatti autoanalitici che mi riguardano, è che voglio seguire un percorso particolare e che intreccia la pratica analitica (la psicanalisi, io sono di formazione junghiana), la ricerca filosofica (in riferimento a una certa ricerca filosofica, cioè all'interpreatazione delle scuole antiche di filosofia come scuole di saggezzala) e le pratiche autobiografiche.
Per vari motivi intreccio queste cose.
Sono consapevole che proprio il contaminare queste tre dimensioni può creare una enorme confusione che si aggiunge alla confusione che già mi pare ci sia negli ascoltatori ma anche in coloro che vogliono farsi ascoltare.
Siccome tengo molto alla contaminazione, alla contaminazione che cerco di produrre in proprio come mia particolarità, ma non amo la confusione, e, nello stesso tempo, credo che sempre la contaminazione abbia come suo spettro, come sua ombra, la confusione, un'ombra che non va rifiutata e a cui non bisogna comunque dare sempre ragione, bisogna confrontarsi con l'ombra, allora mi confronto con questa confusione e con la contaminazione leggendo.

Per interrogare il rapporto fra terapia e narrazione dobbiamo chiederci quali siano le disposizioni e gli eventi che curano la psiche e, quindi, quale ruolo giochi fra essi il raccontarsi e il raccontare. Restringendo il campo devo precisare che mi riferirò alle cure dell'anima - chiamata scientificamente "psiche" - praticate nell'ultimo secolo, dalle scoperte psicoanalitiche in poi. La prima indicazione, più che empirica direi approssimativamente empirica, che raccoglie il senso comune degli esperti del campo (almeno quelli disposti a prendere in considerazione le diverse psicoterapie, senza eccessive remore dovute all'appartenenza a una scuola) è che teorie e tecniche fra loro molto diverse raggiungono mediamente risultati non molto dissimili, in termini di benessere soggettivo e di significatività dell'esperienza dichiarati dalle persone curate. D'altra parte è dal ceppo del sapere psicoanalitico che sono nate l'etnopsichiatria e la etnopsicoanalisi, a testimonianza del fatto che anche pratiche etichettate da altri, o in passato, come stregonesche, possono essere, in certe condizioni, terapeuticamente efficaci, proprio là dove le precompresioni culturali della malattia rimangono estranee alle tecniche della cura moderna e occidentale della psiche. Il primo passo quindi, per interrogarsi attorno ai fattori terapeutici è quello di cercare ciò che è comune a tecniche, metodi e teorie molto lontani fra loro.
a) La dimensione comune di tutte le terapie è la relazione di confidenza nella quale si entra per essere curati e che è richiesta da chi cura. Ci si fida e ci si affida a qualcuno, confidandogli vicende ed emozioni delle quali non si parlerebbe, o che non si mostrerebbero a chi non fosse almeno un "amico fidato". E' questa pratica, con le sue scadenze e i suoi modi quasi rituali, che riproduce alcuni tratti delle relazioni di attaccamento, inevitabilmente accompagnate dalle tensioni di separazione e dalle paure di perdita. Una relazione dunque che potremmo dire mimetica delle relazioni di cura primarie, in genere e in primo luogo materne.
b) Una relazione asimmetrica quella che si instaura fra chi chiede la cura e il terapeuta, rappresentante di un presunto sapere in grado di far comprendere, e di aiutare a riparare, atteggiamenti che si rivelino controproducenti per la condotta di vita di chi è curato. Anche questa relazione fa rivivere un affidamento, questa volta al sapere, "più grande" e più esperto, di un altro. La cumulatività, e l'intreccio, di queste due prime posizioni relazionali formano insieme il nesso di un possibile "ricordare, ripetere, rielaborare" (Freud) la relazione originaria con i genitori, o con le figure originarie di accudimento e di formazione. Detto in altro modo, la relazione terapeutica istituisce, già nella sua impostazione formal, la condizione di possibilità per riattraversare la relazione originaria di cultura , rimette in moto, trasferendole in un contesto mutato e avvantaggiato riflessivamente, le pulsioni sociative connaturate alle cure primarie.
c) La domanda terapeutica nasce da un blocco delle prospettive di vita, da un'autocomprensione e da una precomprensione che interreagiscono con un assetto affettivo in modo tale da riprodurre un giudizio, e un sentimento, di sé, come soggetto inadeguato a confrontarsi con le esperienze del presente, con le possibilità future e con il portato del proprio passato. Le diverse tecniche psicoterapeutiche tendono a far ricorso alle risorse disponibili, consce e inconsce, per rimodellare un atteggiamento della personalità in grado di relazionarsi nel modo più soddisfacente possibile agli altri e al mondo, superando il "blocco" della capacità di "fare esperienza". Potrei forse dire, con una metafora di grande peso antropologico e psicologico, che le diverse tecniche terapeutiche cercano di agevolare la formazione di un nuovo centro della personalità.
d) Ogni trasformazione ha bisogno di imprimere movimento ad un assetto insoddisfacente ma cristallizzato, se non sclerotizzato. Attraverso procedimenti anche molto diversi tra loro le psicoterapie rimescolano il tempo, rivisitando il passato e riattualizzandolo, così che il presente e l'immagine del futuro ne vengono investiti e modificati. In ogni caso l'inquadratura e il ritmo del tempo tendono a spostarsi, seguendo le prospettive rese possibili dal rivivere e dal riflettere La stessa interpretazione agisce come apertura di temporalità diverse dalla fissità, data per scontata, che si è incistata nella ripetizione di una autocomprensione fallimentare. E' nella figura del tempo che emerge compiutamente la funzione della narrazione e della rinarrazione, autobiografica e biografica, nella terapia: proprio perché lo spirito della narrazione possiede, come diceva Mann, una certa misura di potere sul tempo.
e) Dallo spazio protetto da ogni obbligo di azione e di risposta immediata, e insieme liberato in presenza di un riconoscimento affettivo che si vuole incondizionato, il rimettere in gioco la propria autorappresentazione prepara il terreno alla nascita di una nuova simbolica, cioè alla fusione di immagine, affetto e pensiero, in una diversa figura di senso. Dove senso è orientamento, orientamento vitale, biografico. Le diverse tecniche terapeutiche non fanno che ricreare le condizioni per il dispiegarsi della facoltà, per eccellenza umana, della immaginazione creatrice, dell' immaginare altrimenti.
Prima di essere qualsiasi altra sua facoltà l'uomo è un animale visionario: ogni facoltà umana è infatti, in quanto specificamente umana, coinvolta nella potenzialità di trasformare qualsiasi già dato in altro, cominciando a immaginarlo diversamente. Distinzione di eccellenza e pericolo supremo ad un tempo. La dovuta attenzione è postulata nella delimitazione dello spazio e del tempo della terapia, e nel suo rivolgersi consapevole agli ostacoli di realizzazione, di comprensione e di accettazione, posti dalla effettuale immersione del vissuto biografico nella storia. Immaginare altrimenti comporta un certo grado, da considerare con prudenza, di deautomatizzazione del sentire emozionalmente, del percepire e del pensare.
Moltissime sono le vie capaci di favorire lo stato nascente della immaginazione e la sua evoluzione simbolica. Una evoluzione tuttavia che non nasce mai da una tabula rasa: la capacità immaginativa riattivata elabora, inevitabilmente, combinazioni simboliche possibili a partire dai modelli culturali che hanno plasmato l'autocomprensione e la comprensione del mondo di ciascun individuo. La biografia allora si confronta con mitemi che fanno parte della sua eredità e l'immaginazione ne cerca nuove formulazioni, in grado di rispondere alle domande del presente assicurando il legame con le radici della cultura. Ogni innovazione, persino ogni rovesciamento, è un implicito riconoscimento del rapporto necessario con l'humus originario. E' questo insieme dinamico che chiamo mitobiografia.
f) Quale che sia la duttilità della personalità, qualsiasi terapia tende, in definitiva, a mettere in comunicazione le scissioni psichiche e ad agevolarne una articolazione che ne sappia presentare l'unità, come corrispettivo psichico dell'unità dell'organismo biologico e della domanda di responsabilità posta al singolo da parte della sua comunità culturale.
Scrivo queste parole sulla cura dell'anima con circospezione e rispetto, tanto più quanto più esse hanno bisogno di essere preservate - quasi nascoste? - dalla consumazione obbligatoria che ci travolge, salendo dalle mode del mercato e della sua cultura, ma anche dall'amministrazione controllata di "desiderio di salute" delle persone. Con tutte le benvenute assonanze e similitudini che l'espressione "desiderio di salute" riesce a suscitare.
Circospezione e rispetto, come si devono alle cose del "servizio divino". Ma un "servizio divino" inteso in un senso così largo, così sincretico - anzi, dicendolo senza urtare e senza vergognarsi: ecumenico - che nessuna cura dell'anima religiosa, ma neppure psicoanalitica, ha avuto fino ad oggi. "Curarsi dell'anima" è infatti una gran parola, e forse per questo essa viene recintata dalle proprietà delle fedi, o delle teorie, o delle scuole.
Paradossalmente, ma niente affatto per chi conosca Jung, è proprio nel possibille ecumenismo delle terapie che sento quanto della mia formazione junghiana merita ancora oggi di essere tenuto fermo (oltre alla teoria del processo di individuazione, alla concezione del pensare per simboli e alla importanza della compensazione nell'interpretazione). Per ecumenismo biografico non intendo una accozzaglia improbabile di tecniche e di teorie. Penso invece a una teoria e a una tecnica capaci di ordinare qualsiasi apporto attorno al criterio selettivo, circostanziale e unificatore, di ciò che cura, o di ciò che si può prendere cura di quella particolare biografia in divenire che, con me e davanti a me, confessa il suo stallo, e riscrive, almeno parzialmente, i racconti fino a quel momento ritenuti rappresentativi di sé. La più determinata, irripetibile individualità è infatti il concetto e il fine, come anche lo strumento, più universale: tutti infatti siamo individui irripetibili. Questo consente ai contenuti esperienziali, e agli scenari culturali più disparati, di convenire in unità per rendere possibile un racconto - una biografia - che regga le spinte, gli strappi e gli arretramenti dell'esistenza. Riconoscersi in un mito personale che trova nuovi sviluppi nella propria storia di vita, questo è il desiderio ordinatore dell'analisi.
Un'opera inconcepibile senza che la prospettiva bloccata, chiusa in un senso prescritto e malevolo, venga intaccata e resa soltanto una delle diverse prospettive possibili. Con ciò intendo anche superare la retorica anti-identitaria: certamente la fissità dell'identità è un costrutto storico reso obsoleto dagli sviluppi del capitalismo globale e dalla cultura della crisi della modernità, e si può intravvedere, nelle preoccupazioni identitarie, un meccanismo di difesa ossessivante, ma la capacità di mantenere il nesso unitario nel racconto di sé, quali che siano le peripezie e gli annichilimenti del soggetto, rimane la condizione di ogni confronto con sé e col mondo. Dunque la teoria e la pratica della terapia e della ricerca di senso formulano, nel concetto e nel metodo della biografia e della mitobiografia, l'alternativa tanto alla identificazione in fissità identitarie, quanto alla dispersione frammentante della ideologia postmodernista.
Detto questo, non è un caso se, con centinaia di variazioni, tutte le terapie tendono a smuovere l'immaginazione e le sue potenzialità simboliche. Ci sono labirinti nella vita nei quali si è perduti, o mangiati dai mostri, se non si riesce a "immaginare altrimenti". E' questa peraltro, penso, la distinzione fondamentale, per qualità e portata, non in assoluto, che fa della cultura la qualità specifica della nostra specie. Ed è a questa capacità antropica fondamentale che - lo si sappia o no - si fa appello in ogni tecnica che prenda in attenta considerazione desideri, fantasie, sogni, esperimenti di pensiero, traslazioni, interpretazioni, giochi, disegni... o qualsiasi altra produzione di immagini attive, cioè elaborate dal singolo e non ricopiate dal bombardamento simbolico mediatizzato.
Tuttavia ciò che cura, che dentro e oltre la cura della patologia si può prendere cura del senso di una vita, non può lasciare isolata la ricostruzione del legame e la riattivazione delle capacità simboliche: la cura del senso avviene là dove gli eventi suscitati dall'incontro si raccolgono in una narrazione, in quella narrazione particolare che tende a tracciare una via, dunque nella narrazione che racconta le vicende della ricerca del senso e che, narrandole, lo dispiega.
Schematizzando direi che nel corso di una terapia, ma spesso nel corso di un singolo incontro, si intrecciano quattro modi del narrare:
a) frammenti di storia di vita;
b) descrizioni del contesto costituito dalla configurazione culturale che ha influenzato le vicende familiari;
c) dialoghi fra analista e analizzante;
d) riferimenti a immagini simboliche che, intessuti e trasformati dall'esperienza soggettiva, accennano a una possibile mitobiografia.
Nel modo della narrazione mitobiografica la congiunzione fra immagine simbolica e vissuto soggettivo, oltre a esprimere una forte carica emozionale e a suscitare una vivace curiosità di ricerca, ruota attorno alla struttura del raccontare stesso e agli snodi decisivi della sua trama. Intendo dire, con "struttura del racconto", che nel modo mitobiografico vengono a tema l'organizzazione dello spazio e del tempo, insomma la ricerca del "centro" e la qualità di impressione sulla memoria che designiamo con quanto possiede durata indefinita, vicina all'eterno. La potenza dell'immagine si impone allora come "kratofania" e con ciò può raggiungere il sentimento, ed evocare il pensiero, della esperienza del sacro. D'altra parte è proprio del rito e del mito organizzare la loro multiforme apparenza attorno all'immagine del centro, della durata e dell'imporsi di una potenza esterna all'io che la esperisce: è questo modo della narrazione, o meglio della rinarrazione, a caratterizzarsi per il suo ospitare l'evento del senso. Il senso infatti istituisce la direzione dell'esperienza e della sua progettualità, e la direzione nasce dalla centratura dello spazio, dalla durata del tempo e dall'energia che imprime la spinta e il ritmo del movimento.
Ma che il mito sia così singolarmente accostato alla parola biografia è qualcosa che solo la modernità può spiegare. La norma premoderna, che informa di sé ogni istituzione fino alla psicologia dei singoli, suona :"assimilati quanto più puoi al comportamento esemplare, segui il modello". L'opposto della norma gradualmente vincitrice nel corso della modernità, che suona invece: "cerca la novità e l'originalità, anche quando ti ispiri alla tradizione".
La Storia deve dunque declinarsi nelle storie e queste scendere nelle biografie.
Sembrerebbe che niente possa arrestare questa disseminazione. Eppure questa sarebbe una cattiva pluralità delle differenze, non solo perché, fuori dal loro rimando comune all'essere differenze, esse cesserebbero di esserlo, diventando singolarità così incomparabili da ritornare all'unicità irrelata dell'identità e, infine e necessariamente, all'afasia dell'identità sfuggente a se stessa. E neppure solo perché, in definitiva, niente è più universale dell'individualità, la cui storia è appunto biografia: l'individuo in quanto tale è infatti l'universale che raccoglie le diverse determinazioni etnolinguistiche, di classe e di genere.
Proprio la religiosa attenzione ai margini della grande storia, e lo scavo paziente fra i dettagli e gli scarti delle monumentalità identitarie, è il titolo di grandezza di un secolo di psicoanalisi e dei metodi biografici e autobiografici, e proprio in questa, apparentemente infinita, deriva di irrilevanze frammentarie, scatta il rimbalzo della rivisitazione del mito, e dunque la riapertura della centratura del senso nella iscrizione, seppur singolare, dentro la grande storia e dentro la vicenda durevole del cosmo. Come profetava Novalis quando scriveva che "la vita di ciascuno è la sua Bibbia, sarà la sua Bibbia". E questo rimbalzo non avviene per suggestivi influenzamenti, ma neppure per caso, credo invece che sia da riconoscere nel riferimento e nella assunzione trasformatrice che la biografia opera sul mito, una esigenza antropologica, declinata nella forma appropriata alla configurazione culturale della modernità e della sua crisi.
Nelle diverse modalità della narrazione terapeutica abbiamo visto profilarsi specificatamente l'evento del senso, in risposta a una confessione di disorientamento e di demotivazione. Qui la narrazione terapeutica incontra la ricerca della saggezza. E dirò esplicitamente: in quella ricerca della saggezza che, se non coincide immediatamente con un corpo di credenze e di atti da compiere in osservanza a una rivelazione oltreumana, dunque se non coincide immediatamente con l'adesione a una religione, dobbiamo chiamare, nel lessico occidentale, filosofia.
Certo, una filosofia che non si limita alle pratiche consuete del professore e dello studente di filosofia i quali, per solito, si occupano di leggere, di commentare e di interpretare testi, con lo scopo di chiarire concetti già in uso o di formularne di più adeguati. Neppure però l'uso della parola filosofia qui proposto deve suonare nuovo o attualizzato. Citerò a testimone Pierre Hadot, uno dei più apprezzati studiosi viventi di filosofia antica: "Sotto l'influenza di Bergson, e poi dell'esistenzialismo, ...ho sempre inteso la filosofia come una metamorfosi totale della maniera di vedere il mondo e di essere in esso. Non prevedevo...che avrei passato la vita a studiare il pensiero antico e più specialmente l'influenza che la filosofia greca ha esercitato sulla letteratura latina. Tuttavia è in questa direzione che mi ha orientato quella misteriosa congiunzione di caso e di necessità interiore che dà forma ai nostri destini. In queste indagini ho constatato come molte difficoltà che incontriamo quando cerchiamo di comprendere le opere filosofiche degli antichi spesso derivino dal fatto che, interpretandole, commettiamo un duplice anacronismo: crediamo che, come molte opere moderne, siano destinate a comunicare informazioni intorno a un contenuto concettuale dato, e che noi ne possiamo anche trarre direttamente chiare informazioni sul pensiero e sulla psicologia del loro autore. Ma, di fatto, sono assai spesso esercizi spirituali che l'autore pratica egli stesso, e fa praticare al suo lettore. Sono destinate a formare le anime. Hanno un valore psicagogico."
Qui diventa necessario, anche se per accenni, distinguere questo modo di intendere la filosofia, come "pratica filosofica" di ricerca della saggezza, sia dagli aspetti psicoterapeutici, sia dalla riproposizione delle antiche scuole di saggezza. Innanzitutto, rispetto alle psicoterapie, il centro dell'interesse, e delll'esigenza cui si vuole rispondere, non è la psicopatologia: ciò di cui la pratica filosofica deve prendersi cura è la vita nella sua normalità e, quindi, nella precarietà del suo senso e nella inconsapevolezza di questa precarietà. Nella convinzione, socratica, che la vita più degna sia quella dedicata all'indagine, alla ricerca del senso. Non avendo al centro del suo interesse le sintomatologie psicopatologiche, la pratica filosofica non è un'attività, e più ancora un'attitudine, che possa dirsi conclusa, una volta raggiunto un qualche risultato, essa è infatti una maniera di vivere. Infine la "neutralità" analitica può essere mantenuta come distanza dalla intromissione nelle scelte e nella vita quotidiana dell'altra persona, per facilitare la possibilità di entrare nella relazione in tutti i diversi ruoli che la traslazione si raffigura, ma deve abbandonare l'oscurità dei riferimenti circa la posizione filosofica di chi si offre come guida. Quali siano i problemi che una chiarificazione del genere comporta nella relazione, non posso discutere qui: la soluzione del conflitto fra il servizio della crescita dell'altra persona nella libertà e verso una sua consapevole individuazione da una parte, e l'esplicita posizione epistemologica ed etica della guida della pratica dall'altra parte, dipende infatti dalle filosofie professate. Di certo non si può evitare una risposta a una questione di tanto peso. Dalla risposta dipenderà l'affidabilità di ogni proposta di pratica filosofica. Si tratta cioè di poter professare una filosofia che sappia servire la libertà e la individualità dell'altro senza rinunciare alle sue convinzioni.
Qualche parola, infine, sulla differenza fra la pratica filosofica che indico e le scuole antiche. Vale anche qui la differenza prima enunciata fra l'emulazione di un modello e il processo di individuazione, fra l'inserimento in un mito e la mitobiografia. Al di là di questa differenza concettuale fondamentale, e anche a distinguere la pratica filosofica, come è qui intesa, dai metodi filosofici moderni e contemporanei, elencherò le fonti che, nella mia proprosta, vanno vagliate, selezionate e integrate in una pratica filosofica rinnovata:
a) la tradizione filosofica;
b) le tecniche di meditazione;
c) i metodi biografici e autobiografici;
d) le psicologie dinamiche;
e) le regole di comunicazione centrate sulla biografia, capaci di offrire amplificazioni e alternative di prospettiva senza escludere la verità soggettiva dei dialoganti.
 
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