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27 al 30 giugno 2013
Raccontiamo la mia, la tua, la nostra storia
Per una nuova proposta: laboratorio narrativo rivolto a bambini dai 6 ai 10 anni
a cura di Micaela Castiglioni, Elena Manenti, Stefano Raimondi |
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Quand’io mi volgo indietro a rimirar gli anni |
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Pagina 1 di 3 Parole, racconti e memorie per tessere il filo di una vita
A cura di Beppe Pasini
Il “gruppo della memoria”
La sede della Associazione Solidarietà Viva è in un seminterrato, sotto la scuola elementare del Villaggio Prealpino a Brescia. Per arrivarci si entra in un cancello che dà su un giardinetto per poi scendere gli scalini fin sulla porta di ingresso.
All’entrata a destra, c’è un grande specchio con un manichino cui manca il capo, come da Carleschi , il sarto dove i miei mi portavano bambino per farmi tagliare su misura il vestito bello della prima comunione. Ruvidi ricordi di grezza flanella. Poco oltre, altri scalini che ancora scendono. Le mensole di legno sulla sinistra sono spesso ricolme di informazioni che pubblicizzano le iniziative che tutto l’anno vi si svolgono: depliant, volantini, annunci. Colorati e con scritte a caratteri grandi. Ne ho scorti di gialli, rossi e verdi. Di là nel salone del teatro, vociare sommesso di corpi e di rughe: è l’ora della ginnastica. Agnese mi offre una tazza di caffè dall’uscio di un accento della bassa. Dopo i tavolini e le sedie , sulla destra, c’è la stanza nella quale ci incontriamo con il gruppo “della memoria” , come siamo ormai adusi chiamare l’appuntamento al quale da tre anni con alcuni anziani della “Solidarietà” ci diamo convegno, seduti attorno al grande tavolo ricoperto da un panno verde. Dalle bocche di lupo sopra di noi le ombre convulse degli scolari chiassano durante la ricreazione.
C'è l'Adelina che ha sorvegliato durante una vita, la portineria dell'Istituto Pastori ed è andata in pensione quando vi arrivai io, nel '75. Ester, dalle mani affusolate ed esili come si usava nei collegi di un tempo; Gino che cantava la patria agli immigrati d'oltreoceano ; Augusto che con una bicicletta sgangherata attraversò la guerra per un amore che ancora ama; Gianandrea, aulico testimone della nostalgia dei sensi bambini dell'aia e della vendemmia; Marisa, provvida maestrina di grembiulini stirati e di bei voti; Martina, che si innamorerebbe per una rima ; e poi Anna Maria, sottobraccio all'album delle sue memorie; Caterina, che occhieggia tra timidi ricordi ; Franca, instancabile narratrice di parole per ricomporre sé stessa; Flaminia, austera e nobile come la casa di Viale Venezia; Lino, che con un bernoccolo sfidò la vita; Adele, migrante di accenti e di infanzie lontane; Gianna, che tesse flebili racconti e sbriciolate nostalgie; eppoi, Bruna dalle molte case come labirinti di sentieri che si biforcano tra i monti e la Sicilia; Angelo, che imbeve ad ogni storia il pane bianco nel latte fresco di una cascina in odor di lago.
Serendipità
Siamo lì. Come frammenti di vite da raccontare ci siamo dati convegno per alcuni mesi attorno al martedi mattina e dedicato il nostro tempo ad una pratica che da sempre gli uomini e le donne hanno coltivato: ricordare insieme. Ma come si fa a raccontare una vita intera che magari ha attraversato due guerre, ha perso dei figli, non ha mai conosciuto un padre, ha incontrato miriadi di volti, parlato le tante lingue degli amori, si è logorata nei campi e nelle fabbriche, ingrigita talvolta dal dolore e dalla nostalgia. Come si fa? Da dove si comincia? Cosa si racconta? Questi "narratori per diletto", mi chiedevano di cercare con loro il modo di trasformare il desiderio di narrarsi in una storia composita dando forma al gioco della memoria come filo che connette tra loro gli eventi in una trama significante.
Viviamo in un presente sommerso dalla ossessione della memoria. Siamo letteralmente travolti dalle "tecnologie della memoria" che nello spazio di un palmo di mano riescono ad accumulare intere biblioteche. Ma la sensazione che ne ricaviamo sperimentandone le straordinarie potenzialità, è quella di una perenne frammentazione, alienati da noi stessi. Ciò che produce questo senso di estraniazione è proprio un eccesso di memoria accumulata, nella quale le informazioni risultano quantitativamente sempre di più ma tra loro sconnesse. Percepiamo allora la mancanza di una storia che saldi i frammenti della nostra vita: è il bisogno di "fare memoria". E' questo un sentimento che affiora tanto più urgente e non rinviabile in alcuni fasi e momenti particolari della nostra esistenza. Anziana o bambina anche, chè tutti condividiamo la necessità di raccontare ciò che dentro non ha più spazio per essere tenuto. Ad esempio in coincidenza di eventi "separatori" queli che segnano l'esistenza in un prima e un dopo come la morte di un famigliare, il pensionamento, un trasloco, una migrazione forzata, un matrimonio, una malattia, un amore impossibile o travolgente, un nuovo lavoro o la perdita di quello precedente, l'incedere della vecchiaia, o una delle nostre tante "prime volte".
Ricordo la prima volta in cui sono stato di aiuto a qualcuno. E' da lì che nasce la mia "vocazione" di operatore sociale? Con mio fratello si facevano le corse in bicicletta sulle strade di ghiaia del quartiere. Ne aveva una piccola e azzurra che vibrava delle sue pedalate ancora incerte. Poi il ferro del mozzo davanti si stacca e si infila nei raggi. Lui fa un gran volo rigando con la faccia la stradina. Lo prendo in braccio mentre dagli occhi, dalla bocca, dalle mani, i graffi di sangue gridano con la sua voce. Lo porto a casa in braccio di corsa. Mi apre angustiata la zia Lina che abitava sotto di noi, lo medica e pure io medico me stesso raccontando mille volte ciò che era successo.
E' grazie alla scrittura autobiografica che con gli anziani e le anziane di Solidarietà Viva abbiamo dato vita ad un atelier della memoria quale dispositivo per educarci alla serendipità, ossia a quell'arte che quando praticata consente di dare significato a frammenti sparsi di noi stessi, connettendoli in un orizzonte di senso organizzato. La scrittura autobiografica infatti è esperienza allo stesso tempo descrittiva, relazionale e autoanalitica. Descrittiva perché in primo luogo racconta fatti, eventi, situazioni, accadimenti concreti della nostra esistenza; relazionale perché anche nella più intima delle nostre stanze ci rivolgiamo sempre ad un interlocutore reale, immaginario o costruito su misura per l'occasione, fosse anche noi stesso. E' così che facciamo esperienza di esistere perennemente in una relazione. Infine autoanalitica, perché la scrittura in prima persona ci obbliga a cercare le parole che più sentiamo appropriate per "dire chi noi siamo o siamo stati" e ci conduce ad interrogarci sul significato che diamo loro constatandone l'effetto emotivo, sociale, culturale che su di noi svolgono. Eppoi ciò che è scritto a differenza di ciò che è detto, "rimane lì" per essere rivisto, ripensato, rivissuto, permettendoci di aggiungere, modificare, arricchire o reinventare la storia evocata, e trattando così l'"io", non tragicamente quale tedioso accumulo di cronologie ma epicamente, direbbe Alberto Munari, come una identità che si anima in un racconto. E' infatti, non tanto la nostra storia passata ma piuttosto la relazione dialogica ed emotiva che intessiamo con essa a determinare il nostro presente. Raccontarsi è allora analogo a reinventarsi . Esistiamo in una storia. Labili e durature come la materia di cui è fatta la memoria, le nostre esistenze meritano di sfidare il tempo se valgono la pena di essere raccontate a qualcuno . Non è dunque una ricostruzione di fatti, cronachistica, lineare, oggettiva a cui assistiamo. Ma è piuttosto una risignificazione che si modifica nel tempo. Che lo desideriamo o no, intratteniamo con essa un rapporto attivo, vitale, erotico quasi , se con ciò intendiamo il piacere che scaturisce dal rispecchiare se stessi nelle parole che abbiamo composto e che altri sguardi sedurranno. Se non v'è piacere non può esserci scrittura di sé, giacchè anche nella più sofferta avventura autobiografica vi è ricerca di un incontro più appagante col mondo.
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