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Dal Paradiso perduto ai non luoghi della modernitą, di Alfredo Tamisari |
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La complessità della società moderna non deve essere l'alibi che ci spinge sempre più verso la rassegnazione. Dobbiamo invece conservare la nostra dignità, tentare in tutti i modi di individuare antidoti.
Fondamentale, in primo luogo, è lottare per serbare un po' di tempo e di cervello per nutrire lo spirito: purtroppo, sembra che oggi, per molti, sia un vero problema avere nella testa spazi per altri pensieri che non siano quelli legati alla produzione e al lavoro.
In secondo luogo, occorre tentare di riattivare tutti quei circuiti di incontro - racconto - scambio che creano comunicazione. La comunicazione, infatti, è il mezzo col quale mettiamo in comune qualcosa con gli altri, creando identità e valori condivisi, spezzando il cerchio della solitudine. Gli spazi sociali (in senso non solo fisico), di cui peraltro la domanda è sempre più diffusa, sono la soluzione imprescindibile per la rinascita umana e culturale delle nostre città.
Non è una coincidenza che la logica del profitto abbia portato alla rovina i nostri ambienti urbani e contemporaneamente abbia agito in modo che scuola, università, cultura diventassero voci sempre più deboli nei bilanci comunali, regionali e statali. Bisogna invertire questa tendenza. Il che significa che la città va rifondata contestualmente ad una rifondazione dei cittadini: urbanisti, ingegneri, architetti non bastano. Occorrono risposte multiple e integrate.
E occorre, da parte di tutti, un grosso impegno per aumentare la coscienza di sè, la consapevolezza, il senso critico, per ribellarsi alle convenzioni e al conformismo, a quel funesto condizionamento della nuova religione che vorrebbe mettere al centro della nostra vita l'efficientismo tecnologico, la velocità, la competizione, il dio Mercato.
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