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Marisa Brugna - Memoria negata. Crescere in un Centro Raccolta Profughi per Esuli giuliani Stampa
Vorrei segnalare questo libro, edito da una piccola casa editrice cagliaritana, Condaghes, nel 2002.
Come già svela il titolo, si tratta di un'autobiografia particolare per le vicende storiche che l'autrice si trova a vivere, e che sono semisconosciute ai più. Marisa Brugna è nata nel 1942 in Istria e si troverà, quindi, bambina a condividere il dramma dei profughi dell'Istria, di Fiume, di Zara, della Dalmazia. E a dirla questa cifra fa paura: 350.000 vite!
Sono moltissime le domande, gli stimoli, le semplici curiosità storiche che questa lettura suscita, ben al di là delle vicende della famiglia Brugna; ma che difficilmente, a meno di non essere studiosi del campo, i testi di Storia ci svelano. Il libro è scritto con una partecipazione emotiva che non può non coinvolgere il lettore in maniera davvero completa. L'autrice ha sei anni quando lascia il suo paese, Orsera, e dopo un breve periodo nel Centro di Raccolta di Latina, si troverà a vivere per ben 10 anni nel Centro di Marina di Carrara. In quel luogo sono passate la fanciullezza e l'adolescenza di Marisa. Una prigione dentro cui nascondere la diversità, lo spazio delimitato da coperte appese, gli odori nauseabondi, la disperazione soffocata, il reticolato, il cancello. Il faticoso cammino di tutti verso la maturità per lei è stato molto più drammatico, segnato com'era da queste pesantissime difficoltà. E l'irrequietezza e la tenacia, spesso scambiate per caparbietà, saranno invece proprio la sua salvezza, tra le mille insidie materiali, ma soprattutto morali del Campo. Davvero coinvolgente è leggere di questa prigionia soffocante sempre contrapposta all'ardore di una sana, integra volontà di riscatto; dolcissime, commoventi descrizioni di episodi che a volte riescono a suscitare anche il sorriso, per la lievità con cui sono narrati.
Le sorti cambiano nel 1959, quando il padre decide di andare a vivere in Sardegna, a Fertilia, dove già esisteva dal `48 un gruppo consistente, pionieri quasi, di profughi giuliani. Lì non dovrà più rispondere, a chi le chiede dove abita, al "Centro Raccolta Profughi". Non ci sarà più scritto così sui documenti di scuola, né sulle "carte" dei genitori. Finalmente liberi da questo marchio, con il piacere di dormire in una casa vera. Lì porterà a compimento il sogno di diventare maestra; vivrà la sua vita di insegnante; si sposerà e avrà dei figli. La sua autobiografia arriva fino ad oggi, attraversando, come la vita di ognuno, nascite e morti, felicità e pene. E Marisa Brugna riuscirà ancora a trattenerci con le descrizioni piene di tenerezza e speranza per questa nuova terra arida e dura. Mondo nuovo, inospitale, ma finalmente condiviso con gente amica.
Ma più di tutto colgono di sorpresa le splendide pagine finali della sua visita, dopo 50 anni, ad Orsera, che diventa qui simbolo della terra degli sradicati di ogni paese; descritta con quella straziante nostalgia che solo l'emigrante conosce; tanto peggio se si è emigrati per fuggire non dalla miseria, ma da situazioni di persecuzioni, di schiavitù, di ingiustizia, di guerra. A mio avviso questo libro di speranza, oggi che di nuovo è tornata questa terribile realtà dei "centri di raccolta", ci invita anche a prestare attenzione a quello che noi, nelle nostre case calde, possiamo dare a chi appunto fugge da certe situazioni, spesso cadendo dalla padella nella brace. E' difficile dopo aver visto negli occhi questa bambina non riconoscerla nelle tante sofferenze degli extracomunitari che sono "ospitati" nel nostro paese.

Gabriella Nocentini

 
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