| Marica Apostolo - A scuola da bambina... e da insegnante |
Riceviamo e pubblichiamo uno scritto di Marica Apostolo reparato per la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze. Ricordi di scuola…e non solo Riflessioni sulla storia di alunna e di insegnante di chi scrive. In questi mesi ho avuto occasione di ripensare alla mia carriera di insegnante e di riflettere su alcuni periodi particolarmente dolorosi della mia vita professionale. Nonostante la sofferenza nel ricordare certi momenti, sono riuscita a rivederli in modo diverso, alleggerendo quel senso di colpa che mi aveva accompagnato, e tormentato, per tanto tempo. Ma, soprattutto, ho acquisito maggiore consapevolezza delle mie risorse personali, per affrontare più serenamente le difficoltà e le fatiche che il lavoro mi pone quotidianamente. Sono rimasta sorpresa, invece, quando mi sono resa conto di provare una profonda tristezza per la mancanza di gioia nella mia storia di alunna. È accaduto durante un incontro con Laura Vanni: dovevo scrivere ricordando i momenti felici trascorsi a scuola. Generalmente, riesco a scrivere con facilità di qualsiasi argomento, ma in quell’occasione sono rimasta bloccata davanti al foglio bianco. Eppure, ho sempre amato la scuola, che ho vissuto, e vivo tuttora, come l’istituzione che offre a tutti l’opportunità di accedere alla cultura ed alla conoscenza, intese non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche come mezzi di realizzazione personale e sociale. Leggo e scrivo con passione ed entusiasmo da quando ho imparato a leggere e a scrivere e considero la lettura e la scrittura doni preziosi di cui l’essere umano può disporre per migliorare la sua esistenza. Credo che la scuola sia una presenza istituzionale insostituibile per iniziare il cammino della formazione di ogni uomo che dura per tutta la vita. Ricordo che fin da bambina avevo un grande desiderio di sapere, che nel corso degli anni è diventato smania sempre più pressante, proprio per la consapevolezza di non sapere, di fronte alla vastità del mondo da scoprire, e per la sensazione del tempo che passa in fretta, del tempo da non perdere. Ammiro profondamente le persone colte, che sanno parlare con competenza e disinvoltura di tanti argomenti, che arricchiscono chi ha la fortuna di incontrarle, ma che continuano a mettersi in gioco e a migliorarsi insieme agli altri, rivelando una grandezza umana che completa la loro conoscenza del mondo. Ma della mia carriera scolastica ho solo ricordi di sofferenza, ansia, inadeguatezza. Ero un’alunna educata e diligente e non ho mai avuto problemi con gli insegnanti, ma temevo i risultati e gli insuccessi. Sono sempre stata molto insicura e proprio per la mia scarsa autostima misuravo la considerazione di me stessa in base ai voti. Infatti, soffrivo molto quando i miei compagni prendevano voti più alti dei miei, perché mi sentivo inferiore e non per invidia e competitività. A dire il vero, nessuno si è mai accorto di questo mio disagio e io ho creduto che fosse un problema legato al mio carattere e me ne sono fatta una colpa. Ma c’è un’altra considerazione molto significativa, che è emersa parlando con Romina Nesti: non ci sono momenti di gioco nella mia vita di scolara, in particolare alla scuola elementare. Le uniche occasioni “divertenti” che la maestra ci concedeva come premi, eventi assolutamente eccezionali, erano le marcette nel corridoio della scuola. Se chiudo gli occhi, sento ancora gli ordini: “Avanti march!”, “Dietro front!”, “Un due, un due…”. Ma io ero grata anche per quei momenti, pur di rompere la monotonia delle mattinate interminabili, trascorse sedute ai banchi a “leggere, scrivere e far di conto”. Scendevamo in cortile una volta l’anno, quando veniva il fotografo. Sono andata a cercare quelle foto e vedendo la mia faccina sorridente ho provato di nuovo le sensazioni legate a quei momenti: la gioia per il sole, lo spazio aperto, gli alberi… una volta l’anno! Nei miei quaderni non ci sono disegni, ma solo cornicette, disegnate e colorate in modo perfetto, e nei quaderni di storia e geografia ci sono pagine e pagine copiate dal retro di fotografie tratte da libriccini per le ricerche: la maestra scriveva il titolo in bella calligrafia, noi incollavamo le foto e copiavamo per pomeriggi interi, come monaci amanuensi. Eppure, amo la storia e la geografia: devo essere un’eroina, sopravvissuta ad un metodo didattico, sul quale è meglio stendere un velo pietoso. Ma c’è una pagina nei miei quaderni che non ho mai dimenticato: un enorme “due” in matematica, preso nelle divisioni, in seconda elementare, da far firmare al mio babbo. Ero così angosciata! Non so come trovai il coraggio di mostrarlo ai miei genitori, che non mi rimproverarono nemmeno, ma fu davvero un evento umiliante. Ancora più toccante è ripensare al rapporto con la mia maestra. Era un’insegnante riconosciuta da tutti come severa e competente. In effetti, lavoravamo tantissimo: non c’era tempo per un disegno, un sorriso, uno svago, una carezza. Un giorno riuscii a comprendere che era triste perché, non so come, avevo capito che la figlia aveva abortito: percepii che era in crisi, perché fece una piccola carezza a una mia compagna. La mia mamma mi racconta ancora che facevo disperare la maestra, perché ero una chiacchierona e parlavo anche con le bambine più tranquille. Ma la cosa che più la stizziva era la mia capacità di seguire anche se, ai suoi occhi, ero disattenta. Forse era il mio modo inconsapevole di protestare, per non lasciarmi schiacciare da quel fare scuola noioso e mortificante. Ho insegnato in tutti gli ordini di scuola, ma è alla scuola dell’infanzia, dove insegno attualmente, che si sono realizzati i miei desideri insoddisfatti di bambina. Con i miei alunni disegno, dipingo, faccio lavoretti, gioco, canto, ballo… E poi invento, racconto, leggo storie: quando li vedo con gli occhi spalancati, quasi ad assorbire le mie parole anche attraverso la vista, provo un piacere, una gratitudine, una felicità alle quali non saprò mai rinunciare. Non ho voluto rassegnarmi ed ho continuato a cercare accuratamente nel mio passato per trovare bei ricordi: li ho trovati all’asilo, si chiamava proprio così, e all’università. I miei genitori mi hanno raccontato che la mattina uscivo presto con il mio babbo, con il panierino con la merenda e il pranzo, e me ne andavo allegra dai miei compagni. Mi sono tornati alla mente i giochi in giardino, l’altalena, che era la mia preferita, e la merenda con il pane e la tavoletta di cioccolata. Sento ancora il sapore di quella squisitezza, così come la sgradevolezza della pastina troppo cotta nel brodo. E il mio fidanzatino Tonino, che era alto e biondo… Belle sensazioni, come quelle legate ai complimenti, inaspettati e, quindi, ancora più graditi, di alcuni professori universitari, severi e inavvicinabili, dei quali ho ricordato le parole di stima, che si erano perse nel tempo. Ma sono pochi, pochissimi eventi nella storia di una persona che è nel mondo della scuola da più di quarant’anni. Mentre scrivo, mi colpisce un’immagine che non voglio tenere solo per me. Sin da piccola ho imparato a studiare a voce alta e mia madre mi ha sempre ascoltato. Il pomeriggio, quando aveva finito i lavori in casa, veniva a cucire nella stanza dove stavo studiando e si interessava di qualsiasi argomento. Quanti temi ha ascoltato, proprio quando frequentavo la scuola elementare! Mi ha sempre detto che scrivere le piaceva tantissimo, che la maestra la lodava per questa sua capacità e che amava andare a scuola per imparare tante cose: soffrì molto quando dovette interrompere gli studi. Mia madre non mi ha mai gratificato apertamente e, ancora oggi, non approva, o non comprende, questo mio grande desiderio di scrivere e di studiare. Ma, forse, in tutti questi anni, mi ha trasmesso così la sua approvazione, incentivando questo mio sogno, che è anche il suo. Il mio desiderio di studiare, da non confondere con l’aggiornamento e la formazione continua, indispensabili per ogni lavoratore, non mi ha abbandonato nemmeno quando sono diventata insegnante. Continuare a studiare mi fa sentire vicina ai miei alunni e sempre più lontana dai miei colleghi. Non aver incontrato maestri di vita quando ero alunna o colleghi da ammirare e imitare non mi aiuta ad identificarmi nella categoria docenti. Spesso mi sento incompresa, impotente, sola. Certo, in questi anni ho incontrato anche bravi insegnanti che, con dignità e coraggio, lavorano ogni giorno insieme ai loro alunni. Con alcuni ho la fortuna di lavorare tuttora, ma sono pochi, troppo pochi! Ci sono alcuni momenti in cui la fatica per non lasciarmi travolgere dalla marea della demotivazione e della rassegnazione è veramente immane. E poi c’è un episodio, accaduto alcuni anni fa, che ha aggravato ulteriormente la situazione. Partecipai ad un concorso riservato per insegnare alla scuola secondaria di 1° e 2° grado. Mi piaceva l’idea di incontrare i colleghi della scuola superiore e pensavo che sarebbe stata un’esperienza interessante. Invece, fu devastante! Fui molto delusa dalla loro scarsa professionalità durante le lezioni, rigorosamente frontali e tradizionali, con appunti letti, dettati o addirittura fotocopiati. Ma quello che mi distrusse fu il modo, indegno e scorretto, in cui fui trattata durante la prova orale proprio da quei colleghi. Dall’altra parte della cattedra, provai un’umiliazione e una frustrazione dolorose. Ci sono volute settimane per riprendermi e se non fossi stata una donna di quarant’anni, sostenuta dalla stima e dalla solidarietà di tante persone amiche, non avrei superato quella prova, che rimane l’episodio più triste della mia carriera. Se fossi stata uno studente non ce l’avrei fatta! Pensare che quei professori lavorano con i ragazzi mi colpisce profondamente e mi preoccupa molto, perché possono fare danni irreparabili e questo è veramente inaccettabile. Ho sempre creduto nel mio lavoro: sono convinta che gli insegnanti possano davvero contribuire al miglioramento della qualità della vita dei loro alunni, impegnandosi con umiltà e responsabilità ogni giorno, consapevoli dell’importanza del ruolo che rivestono. Purtroppo, con il trascorrere degli anni vivo con sofferenza sempre maggiore il contrasto tra questa convinzione e le difficoltà, talvolta molto pesanti, che ogni insegnante si trova ad affrontare quotidianamente. Certo, è importante essere consapevoli dei propri limiti e, come ha detto Maria Grazia Contini, non dobbiamo pretendere di risolvere ogni problema, ma ci sono delle situazioni così toccanti che non riesco a vivere in modo distaccato. Anche perché mi sembra impossibile che, di fronte alle difficoltà ed ai bisogni dei bambini e degli adolescenti, non siano messi a loro disposizione tutti i mezzi possibili per aiutarli. E’ vero che, come ha detto Rossella Certini, in classe c’è l’insegnante dalla testa ai piedi ed è lui che decide come lavorare, nonostante tutto. Ma non possiamo non fare i conti con la realtà: alcuni mezzi sono indispensabili e la qualità del lavoro di un insegnante può essere gravemente compromessa dalla loro mancanza. Talvolta mi chiedo, molto ingenuamente, come sia possibile assistere inermi al disegno palese di calpestare la scuola, l’educazione, i bambini e il loro futuro, portandoci al limite della sopravvivenza dignitosa. Posso, altrettanto ingenuamente, sperare di trovare delle risorse personali, nascoste chissà dove, che mi aiuteranno a non soccombere, ma non vorrò mai rassegnarmi al tentativo sempre più chiaro ed incalzante che vuole screditare l’istituzione scolastica e gli insegnanti, colpendo le giovani generazioni e quindi il cuore della nostra vita futura. |