Rossano Ghignoni raccontato da Andrea Sacchet

ROSSANO GHIGNONI
Anghiarese docg
piccola storia di un abitante appassionato

a cura di Andrea Sacchet
Quando ci siamo seduti uno di fronte all’altro per l’intervista, non stavo per niente bene. Un piccolo malessere fisico non mi lasciava lo spazio di gustare un momento così importante per il mio percorso alla LUA. O almeno così credevo.
L’incontro con Rossano si è rivelato da subito, oltre che piacevole, molto intenso ed interessante: capace di portarmi oltre il qui ed ora, per collocarmi in una dimensione tu ed io ed in un continuo rimando reciproco, di dialogo.
Mi sono lasciato trasportare dalla voglia di sapere e dal piacere dell’incontro: ho trovato in Rossano un interlocutore appassionato e passionale nel raccontare di sé, nel raccontare di sé in relazione con Anghiari e più in là con il mondo.
Nel fare questo ho dimenticato i rispettivi spazi narrativi legati al ruolo, che spero però di avere recuperato nella stesura della monografia.
Non è stato facile, ma di sicuro è stato un estremo piacere, spero per entrambi.
Ho scoperto così, che l’intervista, si presta ad essere un luogo privilegiato dove incontrare l’altro e la monografia, la sua forma compiuta.

Mi chiamo Rossano e collaboro con la LUA in quanto io ho anche un’attività di guida ambientale escursionistica: qui nel paese e nei dintorni.
Accompagno sempre Duccio nella camminata che fa ogni anno, solitamente a giugno, di scrittura in cammino e quindi attraversiamo i paesaggi circostanti con punti dove Duccio si ferma e dà degli spunti di meditazione che poi vengono trasferiti sulla carta dagli scrittori e quelli che partecipano al viaggio.
La camminata offre numerosi spunti sia dal punto di vista del territorio circostante che è veramente bello e sia dal punto di vista delle cose che vengono fuori che sono sempre molto interessanti.
Accompagno anche i turisti, chi ha voglia di scoprire il territorio, bambini per cicli di educazione ambientale organizzati dalle scuole, oppure organizzo escursioni più mirate come quelle che si fanno con Duccio.
In particolare per questa iniziativa, io il corso alla LUA non l’ho mai fatto pur trovandolo interessante, solo che io ho… uno dei miei tanti difetti è quello che non so scrivere e non mi piace neanche scrivere. Però mi piacciono le persone che scrivono, quindi mi piace stare a contatto con le persone che scrivono e che hanno questa dimestichezza, questa sensibilità di fermare su carta i loro pensieri, che poi è una cosa molto importante, lo percepisco, lo capisco, e quindi mi piace stare in contatto con le persone che fanno questa cosa, con persone che hanno storie molto interessanti da raccontare, o delle esperienze personali che condividono con altre persone. È sempre un’ottima scuola insomma.
Ho anche partecipato ad una pubblicazione passata, insieme ad altri intervistati, nel libro che ha pubblicato la Libera Università un anno, un anno e mezzo fa per l’anniversario dei dieci anni: è stato molto bello, un po’ confuso però perché ero in mezzo agli altri, quindi non c’è stato proprio un discorso filato diretto di quello che ho detto. Una serie di memorie raccontate insieme insomma, col mio punto di vista che però non c’era neanche scritto che era il mio, però un punto di vista mio insieme al punto di vista di un altro. Il risultato finale è stato un po’ diverso rispetto alle mie aspettative.
La mia storia scritta non me la so immaginare: non saprei quali temi potrebbero essere i più importanti da poter mettere nella mia autobiografia; quali momenti della mia vita sono stati più importanti degli altri, non saprei insomma, non saprei. Secondo me ci sono dei momenti che sono importanti per alcune cose e momenti che sono importanti per altre, è una vita a più dimensioni, non lineare. Una persona od un gruppo che scrive la ritengo una cosa non proprio “normale” ma neanche così straordinaria; comunque sia vedo che ci sono persone che vengono ad Anghiari da anni e anni, si trovano bene e hanno avuto contatti con gli anghiaresi, hanno stabilito rapporti di amicizia.
Io sono contento che questo territorio sia fonte di stimolo e di pensiero e credo che molti qui ad Anghiari lo siano. Credo che molti lo siano anche per il fattore economico perché durante l’anno vengono molte persone che abitano nei B&B, dagli affittacamere, vanno a mangiare nei ristoranti del paese, prendono un caffè da me piuttosto che da un altro… insomma va bene per tutti.
Ci tengo a precisare che qui non si tratta però di un’idea solamente commerciale. Qui si tratta di guardare la realtà del territorio, l’autenticità del paese, perché essere troppo commerciali è una cosa che non dura nel tempo, essere autentici invece sì perché la gente lo sente. Io credo che un viaggiatore, uno che viene in un paese, se è un po’ curioso - e a noi interessano le persone curiose - voglia conoscere la realtà del territorio dove viene, dove sta passando il tempo, e se il posto è autentico la si conosce. Se invece è finto, se è un artificio, se è un posto dove si vendono panini e gadget per guadagnare per qualche anno e poi scomparire… non va bene.
Qui abbiamo scelto di investire il nostro tempo, le nostre energie nella cultura piuttosto che nell’industria e la cultura comprende il turismo, l’ambiente, la salvaguardia del territorio perché se un posto non è bello, accogliente la gente non viene, quindi abbiamo deciso di perseguire questo modo di sviluppo economico anche se non è una cosa molto semplice però abbiamo avuto anche dei buoni riscontri negli anni passati. Ora stiamo passando un periodo di crisi dove tutto è molto più difficile però credo sia meglio essere in crisi ed avere un bel territorio piuttosto che essere in crisi ed avere dei capannoni sotto casa, delle zone industriali sotto casa. Se non altro quando uno si affaccia alla finestra la mattina si riempie il cuore.
Io non so che nome abbia l’attaccamento al territorio, non so quale sia il nome per determinare il fatto che dopo pochi giorni che sono in vacanza fuori Italia soffro di nostalgia e devo tornare in questo posto, che poi non è un posto soltanto rose e fiori come ci siamo fino adesso divertiti a descrivere, è anche un posto dove gli scontri tra gli abitanti, le contraddizioni sono abbastanza forti, ed è abbastanza faticoso vivere qui. Però anche questo credo che sia un bene, perché questa sana competizione che c’è tra ognuno di noi è una cosa che genera fermento a livello di cervello insomma, è una cosa che stimola, è una cosa che dà piacere e poi dà anche soddisfazione quando riesci a far sì che la tua idea che hai mostrato a tutto il paese, perché quando uno ha un’idea lo sanno tutti, poi funziona. Fai una bella figura con tutto il paese… come è vero il contrario invece se fai una cavolata perché hai a che fare con tutta la comunità.

La vita di un paese è comunque complessa. Le persone della stessa generazione hanno scontri sulle stesse linee di pensiero e invece con le nuove generazioni c’è, proprio per lo scarto generazionale, difficoltà di comunicare.
Anche se adesso le cose sono molto cambiate con l’avvento della tecnologia, con tutti i computer che sono in casa con tutti i decoder, sky o che, che ci sono in casa, la wi, le nintendo con tutti. Insomma adesso la gente vive meno il paese di trenta anni fa, o anche di venticinque, venti anni fa. Io mi ricordo quando avevo venti anni, adesso ne ho quarantuno, tutti quanti la sera uscivano, andavano al bar giovani e vecchi, si giocava a calcio in piazza, si andava in giro, si tornava. Adesso la gente non esce più molto, la sera vive più chiusa in casa, magari accendendo facebook e parlando dall’altra parte del mondo, in particolare i più giovani.
Gli adulti è difficile che escano anche se qualcuno continua per tradizione a uscire e prendere il caffè e a fare una partita a carte e poi verso le 22,30 se ne va a letto.
In passato lo stare insieme era più naturale di quanto avviene oggi; per raccontare un piccolo episodio: quest’anno siamo stati, secondo me, fortunati, anche se nessuno la pensa così, ma quest’anno ci sono stati un po’ di problemi con l’emergenza neve e ha fatto una bellissima nevicata intorno al 18 dicembre e non so come ha bloccato tutto, ha fatto mezzo metro di neve e ha bloccato tutto. E quindi la discesona è rimasta innevata per tre giorni, due giorni e mezzo, e la gente è tornata a slittare un po’ come ai vecchi tempi. Oggi è una cosa inusuale, invece venti anni fa quando i mezzi tecnici erano molto più scarsi, quando nevicava si stava tutti fermi, giorni, anche settimane. Sicché la gente scivolava giù dalla discesa con tutti i mezzi possibili: con le gomme, con le camere d’aria, con gli slittini, con gli sci.

La discesona è molto pendente e caratterizza ed influenza ancora oggi Anghiari; ci si può andare anche con le mountain bike, ma io comunque preferisco andare a piedi.
Mi piace andare a piedi prima di tutto perché mi piace comunicare e avere la possibilità di guardare il territorio dove cammino piuttosto che stare attento a dove metto le ruote. Ogni volta che cammini c’è sempre qualcosa, sempre uno scorcio interessante da poter vedere verso la Valtiberina: un castello,una roccia, un fiore o sentire un rumore.
Secondo me il modo migliore per visitare Anghiari è camminare tranquillamente lungo i vicoli, ascoltare le voci delle donne che abitano dentro il paese, guardare le chiese con i loro piccoli gioielli che non sono dell’arte più grande del nostro Paese, ma sono comunque molto interessanti, e vivere il paese con estrema calma, con estrema lentezza e assaporarlo piano piano. Questo è il modo migliore per entrare dentro il paese, dentro questo paese. Poi di Anghiari ce ne sono tante. Ce ne sono tante nel senso che siamo così tanto campanilisti nei confronti dei paesi circostanti, ma anche campanilisti nei confronti di noi stessi che abitiamo nel centro storico o al Campo alla Fiera o nelle frazioni intorno. Ci sono più Anghiari, idealmente, anche se geograficamente è sempre quella e a me piacciono tutte: mi piace molto quest’idea di intransigenza degli anghiaresi del centro storico che per lo meno una volta pensavano di essere i signori che stavano dentro il castello e tutto il resto fuori sulla campagna. Però mi piace molto anche tutta la tradizione quasi pagana della campagna che è fatto di piccole tradizioni un po’ diverse a seconda se è una frazione di montagna piuttosto che una frazione di pianura. Tutta queste biodiversità sono cose molto belle e, lo ripeto, a me piacciono tutte. Mi piacciono.
Se dovessi però indicare un percorso direi di camminare piano piano nel Centro Storico ad ascoltare, se sei fortunato ti puoi imbattere in una discussione tra le “donnine” che possono parlare delle votazioni della Fiat con parole estremamente semplici senza essere per niente semplici, c’è una forma di sagacità in loro… si tratta sempre di quattromila persone su seimila che se ne conta con le frazioni. Una dimensione questa che offre i suoi vantaggi e svantaggi.

Ad esempio, un bambino che cresce ad Anghiari, cresce insieme ai suoi amici d’infanzia, dell’asilo e poi della scuola elementare e poi della scuola superiore, condividendo gli interessi che sono gli interessi del suo tempo che una volta, quando ero bambino io, era giocare all’oratorio a pallone e a fumare le prime sigarette di nascosto dal prete piuttosto che dai genitori. Adesso i giovani hanno queste figurine-cartoni, giocano con queste e poi giocano con la play station, poi giocano con le wi, poi si mandano la musica con il cellulare. Vivono una vita abbastanza normale, non è che siano isolati dal mondo, anzi oggi hanno tutte le possibilità di sapere quello che accade in qualsiasi parte d’Italia e in qualsiasi parte del mondo. Hanno anche la libertà di spostarsi più velocemente. Ora, non proprio da bambino, ma quando sei già ragazzetto te ne puoi andare. Oltre le cose tecnologiche qui hanno anche la possibilità di avere accesso alla scuola, alla squadra di calcio, e hanno la possibilità di fare attività sportiva anche a livello più impegnativo. Hanno la palestra, hanno la scuola di musica, c’è la scuola di teatro, insomma volendo ci sono cose da fare
Ci sono dei vantaggi per i bambini che restano in una dimensione di campagna. A me è capitato, nel mio lavoro di guida ambientale, di accompagnare a camminare nei boschi di Anghiari una scolaresca di Perugia. Perugia è un paesone, attorniato dalle bellissima campagna umbra, non è una città immensa come Milano o Roma. E camminando siamo passati vicino ad un pollaio, e questi bambini di Perugia sono impazziti perché hanno visto per la prima volta un pollaio, non sapevano che un pollo è un animale con le penne; loro credevano che il pollo fosse la coscia dentro la vaschetta che trovano al supermercato.
Questa è una cosa abbastanza grave perché è una cosa emblematica: se perdiamo il contatto con la terra, perdiamo il contatto con la nostra fonte principale di cibo, con quello che ci sostenta, con quello che per anni ci ha sostenuto.

E nelle mia attività di guida ho quindi questo compito in più anche se, devo dire, ho la fortuna di farlo normalmente, portando i ragazzi nei luoghi che per me sono importanti sotto il punto di vista naturalistico. Il percorso che poi uso di più nella mia attività di escursionismo è la riserva naturale dei Monti Rognosi che è una piccola, perfetta isola di biodiversità qui vicino a noi dove lavorava mio padre e quindi da piccino capitava che mi portava con sé a lavorare quando non c’era la scuola, quindi conoscevo tutti i posti che porto adesso a visitare. Conoscevo anche tutti gli operai che facevano parte della squadra del mio babbo per cui ho un legame affettivo molto forte con il posto.
Un altro posto è l’ANPIL del Tevere, lungo le rive del Tevere, vicino alla Motina che è il posto dove ho passato l’infanzia, dove ho vissuto da bambino fino ai tre anni e che poi ho frequentato per ancora un po’ di tempo perché lì avevo gli amici e i parenti quindi anche questo è un posto che ho sempre frequentato; perciò sono posti tutti e due che uso sempre, li uso sempre con estrema passione e “piacevolezza”. La cosa che mi preoccupa di più è il mantenere anche una certa discrezione, non divulgare troppo queste cose, poiché sono un po’ geloso, anche se so che è una cosa stupida che non dovrebbe essere però credo che finché ho questa po’ di gelosia vuol dire che ho anche una grossa passione, e questa è una cosa che mi piace.

In questi luoghi ci siamo andati anche con la Libera Università quest’estate, a piedi da qui. Tra l’altro lì lungo il Tevere alla frazione della Motina durante la seconda guerra mondiale c’era un campo di internamento molto importante e dove sono morte centinaia di persone. Questo è un altro posto dove ogni tanto andiamo per ricordare e celebrare il giorno della memoria, un posto importante dove poter portare le persone per far loro conoscere quello che è stato in quel tempo e quello che hanno vissuto e patito gli internati. Ci sono rimaste pure in piedi le baracche degli internati e quella del comandante del corpo. Da qualche anno c’è un piccolo monumento che ricorda tutte le persone morte. Io abitavo nei pressi, tra l’altro i miei genitori dopo la seconda guerra mondiale erano assolutamente poveri e loro hanno abitato in una baracca del campo di internamento e tutte le persone che abitavano nella comunità della Motina hanno avuto a che fare con questo campo di internamento. Una cosa che mi raccontava la mia povera mamma sempre è che un giorno arrivarono due signore, due donne anziane dalla Yugoslavia per cercare di visitare il figliolo di una delle due che era internato nel campo di internamento, ma i tedeschi non le fecero avvicinare e le scacciarono dal campo. Il mio babbo e il mio nonno, che abitavano in un podere a qualche centinaio di metri più in giù, le ospitarono per la notte e le fecero dormire nella stalla delle vacche e la mattina arrivarono i carabinieri e arrestarono mio nonno e mandarono via le donne.
Sono storie notevoli, sono quelle storie che hanno cambiato l’Italia, sono quelle storie che fanno parte del territorio, che fanno parte anche del tuo DNA bene o male, perché io mi sento comunque legato a mio nonno, quindi affine a mio nonno. Se lui ha fatto questo si vede che i suoi geni sono anche dentro di me.
Quello che provo per il mio paese è un amore vero, è un amore vivo. È faticoso come dicevo, però è il mio paese.

Io sono nato in cima alla discesona. In cima la salita c’è un edificio che adesso è un ricovero per le persone anziane. Una volta era l’ospedale di Anghiari: io sono nato lì nel 1969, l’unico di sei fratelli perché sono il più piccolo mentre gli altri cinque sono nati tutti in casa.
E sempre lungo la discesa, sotto la piazza a sinistra ho il bar, un altro luogo a cui sono molto legato, che costituisce la mia forma di attività principale.
Il bar è un luogo importante in generale, ma dipende da com’è: c’è quello da turisti dove la gente entra dentro, consuma e se ne va. I bar di paese sono posti dove invece la gente ci perde tempo e dice di tutto e parla di tutto, si incontra con tutti. Sono posti ancora importanti dove c’è aggregazione, dove la gente si incontra per decidere le cose che poi verranno fatte nel paese, dove capita di trovare il più grande imprenditore del paese, dove capita di trovare il Sindaco. In questo momento siamo un po’ in confusione politica e capita che a mezzanotte arrivano i tre futuri candidati a sindaco che sono stati in riunione e vengono a bere il caffè al bar. È un posto dove può succedere di tutto.
Questa è una cosa che mi piace, infatti sono diciassette anni che ho un bar; ho sempre desiderato di lavorare al pubblico perché mi piace lo stimolo che mi dà la gente. Ho conosciuto centinaia di persone, da quando ho il bar, molte interessanti, molte no, comunque credo che per me sia stato molto importante, anche un modo per crescere. Ho avuto tante risposte alle mie domande e ho anche imparato a dare risposte a domande che mi venivano rivolte.
Anche se questo piacere qualche volta “litiga” con la necessità di fare cassa. Riesco a sopravvivere in un mondo che è completamente cambiato negli ultimi anni; che è cambiato sempre nettamente, sempre con dei gradini ben definiti di tanto in tanto e credo che in questo momento siamo nel periodo peggiore. Credo che se la crisi economica continuerà ancora non ci sarà più il 50% delle attività che dovranno chiudere. Potenzialmente siamo tutti tra questi. Questo Natale infatti è stato un Natale abbastanza triste, sia sotto il punto di vista degli incassi che della volontà della gente di fare festa e secondo me la gente non aveva voglia di fare festa perché non aveva la possibilità di fare festa. Non c’era l’atmosfera giusta per poter bere una bottiglia di spumante con gli amici o poter programmare un cenone di fine anno, una vacanza, una partita a carte, una gita, niente… era tutto molto sotto tono ed è la prima volta che succede una cosa del genere. Quindi i momenti, economicamente parlando, non sono sicuramente belli. Però sembra che siano cicli della vita, fasi che sono già successe, sembra che dovrà finire prima o poi… cerchiamo di resistere.
Ci sono persone che dicono che sia una crisi strutturale e che l’unico modo per poterne uscire è cambiare il nostro modo di vivere la società, bisogna tornare a vivere con gli animali da cortile, con l’autosostentamento; poi ci sono persone che invece sostengono che è vero che la crisi sia grossa, ma siccome siamo in un mondo in cui tutto è molto veloce, sarà veloce anche la ripresa.
Credo che il problema grosso, non so se si può fare un discorso politico in questo contesto, sia nella sbagliata ripartizione delle ricchezze nel mondo. Anche questo è un tema di cui si discute da tanti anni, però oggi siamo in un momento in cui pochi speculatori hanno troppi soldi.

Certo essere in un posto bello come Anghiari, se non proprio di aiuto, almeno allieta la situazione generale.
Sia dal basso che dall’alto il paese offre uno scorcio molto bello: quando arrivi dalla pianura di Sansepolcro vedi le mura e il castello lassù arroccato e noi che invece siamo qui in cima al castello vediamo tutti i tetti che scendono giù. E questo è uno scorcio che mi piace molto. Poi ci sono gli scorci del paesaggio circostante. Anche gli scorci circostanti sono molto belli, abbiamo una bella natura qui nella zona.
Ed il centro storico: quando parlavo dell’autenticità del posto intendevo che questa è data dalla gente che ci abita, persone di Anghiari o anche non di Anghiari, a volte può capitare, però è un posto abitato. C’è un sacco di gente a cui piace vivere dentro il paese, anche se poi è scomodo, spesso non hai un garage, non hai una stanza dove stoccare la legna per il camino, oppure hai una rampa di scale per arrivare in cima. Essendo un paese medievale è tutto a schiera, a case verticali e quindi non è il massimo della comodità… però è sempre un piacere stare dentro il castello.
C’è stato un periodo, verso il 2000-2005 che era diffusissimo trovare una casa qua intorno, ma anche adesso qualche casa in vendita c’è.
L’inizio della crisi è stata con la speculazione edilizia quando molta gente, travolta dall’entusiasmo, ha comprato case che costavano più di quanto era il loro valore, spendendo più di quanto potevano in realtà spendere e poi sono arrivati con l’acqua alla gola e hanno dovuto rivendere.
Ma nel complesso la situazione è buona ci sono ancora tante persone che hanno questo attaccamento al paese, insomma ancora per fortuna è così.

A me vengono in mente anche le cose più semplici che rendono piacevole la vita, come la festa di S.Martino a novembre, che è la festa dove si assaggia il vino nuovo e l’olio nuovo, la festa dei bringoli, questo piatto di pasta tipica di Anghiari.
O mi viene in mente ancora la mostra fotografica che ho organizzata quest’inverno, una mostra che parlava di terrorismo e che era stata già esposta qui ad Anghiari trenta anni fa nell’ambito di un Premio di cultura molto importante, sia nazionale che internazionale, e che è stato fatto per dodici anni e ha fatto venire ad Anghiari personaggi importanti come Veronesi, Benigni, Pedro Mayer, che era un grande fotografo messicano, e tanti altri personaggi, nell’ambito di questo Premio, di cui uno degli organizzatori era un grande giornalista del Corriere della sera, Gianfranco Vené, fu organizzata una mostra degli anni di piombo, degli anni del terrorismo dal 1969 al 1979, da piazza Fontana a poco dopo la morte di Moro e poi questo materiale è rimasto per trent’anni dentro gli uffici comunali senza che nessuno lo ricercasse.
Io ho visto che in questi ultimi tempi spesso escono articoli che parlano delle BR, e credo che molti giovani d’oggi neanche sappiano chi sono stati (anche se nessuno sa in realtà chi sono stati) e allora ho pensato di riproporre queste foto che erano state fatte dai fotoreporter dell’epoca che seguivano e documentavano i fatti di sangue. Foto che sono uscite poi su tutti i giornali e sui quotidiani. È stato un evento molto bello, molto interessante, mi è piaciuto molto, mi ha dato molto orgoglio averlo potuto fare.
Spero che sia stata una cosa che ha lasciato un segno, anche se oggi viviamo in un mondo dove le cose passano in fretta, dopo tre giorni ci dimentichiamo tutto quanto; però soprattutto la mia intenzione era quella di riportare alla memoria il Premio internazionale di cultura con la speranza che non si dimentichi questa frase che appare scontata, che diciamo tutti quanti - ma che poi dovrebbe diventare anche realtà – e cioè che “senza cultura non si può fare niente” perché quando davamo importanza alla cultura riuscivamo a fare queste cose, riuscivamo a discutere anche del terrorismo durante il terrorismo. Oggi non so se siamo più in grado di fare una cosa del genere, ci allontaniamo sempre più dalle origini, dalla importanza di queste manifestazioni; è un mondo dove tutti quanti siamo abituati a sentire al telegiornale le decisioni di questo o quel politico e siamo abituati ad accettarle con una stretta di spalle mentre mangiamo la minestra o mentre fumiamo una sigaretta. Ma non ci dobbiamo dimenticare che c’è stata gente che ha combattuto per avere una parvenza di stato giusto, libero, equo (senza entrare nel merito se ha fatto bene, senza entrare nel merito se ha fatto male), però l’indifferenza in cui viviamo oggi è una cosa pessima per il nostro mondo. E quindi questa mostra come potente mezzo di provocazione. Naturalmente non sono cose che ho divulgato apertamente perché insomma ognuno deve recepire quello che vuole; può essere scandalizzato, può essere anche contento perché magari ha dei bei ricordi personali legati a quel fatto lì. Un ex carabiniere che è un mio cliente, si ricordava di quando da giovane militare era a Genova e ricercava il giudice Sossi. Sono venute fuori tante cose di diverse nature. Io spero che sia arrivato a qualcuno anche un po’ di quello che io volevo intendere. Lo spero.
Siamo a un punto in cui ci dobbiamo anche scandalizzare, un attimino, far valere i nostri valori insomma, sennò rischiamo di diventare dei barbari.

E dobbiamo soprattutto parlare. Ritengo che parlare con le persone sia una grande ricchezza: il confronto, lo scambio di idee sono una cosa fantastica; non sempre io lo posso fare liberamente perché anche se tendo a essere più libero possibile però a volte non posso, perché magari le persone che ho di fronte non riuscirebbero a capire il mio punto di vista, mi toccherebbe litigarci, oppure perché a volte non ho voglia di discutere. E poi un bar è un posto dove devi essere leggero, si può avere anche dei momenti di discussione anche pesante, anche forte, però tendenzialmente è un posto leggero; mi piace e sono orgoglioso anche di quando la discussione è politica, sempre se non siano cose trite e ritrite, fini a se stesse.

Sullo scrivere invece, ho più difficoltà come dicevo prima.
Ho scritto solo una cosa nella vita mia ed è stata una cosa veramente strana e che mi è piaciuta molto. Io ho un piccolo appezzamento di castagni nella montagna qui sopra e fatta la raccolta di castagne, essiccata la parte delle castagne raccolte avevamo bisogno, io e il mio socio, di macinare queste castagne e siccome anche questa è un’altra attività che faccio per puro divertimento e mi piace farla con metodi tradizionali avendo saputo che nella montagna sul versante casentinese c’era un piccolo paesino che si chiama Falciano dove ci sono dei mulini che macinano le castagne alimentati con la forza delle acque del torrente, ho telefonato a questo mulino e mi risponde una signora. “Eh!”, penso, una donna che fa la mugnaia”. Lei disse: “io sono un po’ anziana, però bene, vediamoci martedì mattina alle otto”. Così siamo andati su col mio socio - era d’inverno il 3 dicembre, mi sembra, c’era anche un po’ di neve - prendiamo anche le nostre castagne, ci avviciniamo a questo mulino, andiamo a parlare con questa signora, ma questa dice: “io veramente appuntamento con voi non ce l’ho”. Io dico: “scusi ma lei abita qui? Ma lei non fa la mugnaia? Io ho parlato con lei”. E lei fa: “no, no te hai parlato con quell’altra mugnaia”. Ma come era possibile, due donne mugnaie così vicine? Questa cosa mi ha veramente colpito e allora sono tornato a casa e ho detto: “la devo scrivere questa situazione di divertimento e di piacere che mi ha dato questa giornata” e ho scritto un piccolo racconto sulla macinatura delle castagne, di una pagina, una pagina e mezza al massimo…
Nel frattempo pensavo che ci sono scrittori che soltanto con un concetto, con un’idea riescono a scrivere un’intera trama.
Quella è una cosa bella, non male davvero!

E questa dovrebbe essere una sorta di mia autobiografia?