ELIDA BIANCHI
Io sto qua
a cura di Maria Chiara Azzoni
Incontro Elida nella sua bottega di merceria, punto di vista privilegiato sulla piazza e, come ho potuto constatare dopo, luogo di incontro e di sosta per tanti cittadini anghiaresi, quasi un punto di ritrovo.
Saliamo poi a casa sua e, nella sala calda e accogliente, iniziamo a parlare, prima quasi con cautela, poi, mano a mano che la storia si stendeva a riempire lo spazio tra di noi, con sempre maggiore con-fidenza e con-divisione.
Elida offre con generosità e discrezione la sua storia e i suoi ricordi, commentando brevemente con un’esclamazione o un sorriso i passaggi salienti, quella particolare emozione, quel personaggio singolare, quella persona significativa che hanno abitato i luoghi più importanti e simbolici all’interno del suo percorso di vita.
È sempre con una totale aderenza agli eventi narrati che il dialogo procede. E così il racconto dipana i ricordi in un andirivieni spaziale e temporale per cui si abbandona un luogo per un momento per tornarci poi a fare un’altra sosta, quando la memoria offre un nuovo spunto, una diversa emozione.
Siamo andate e tornate in Francia, in Argentina e ad Anghiari più volte e qui, infine, ci siamo fermate, forse un poco esauste per tutto quel viaggiare. Ecco allora spuntare un caffè e una fetta di torta e, a conclusione dell’incontro, come ultimo dono, la ricetta!
Luoghi lontani
Sono nata lontano da Anghiari, in Argentina, dove i miei genitori erano emigrati nel ‘50. E ad Anghiari sono arrivata con la famiglia all’età di un anno e mezzo, nel 1954. Una storia un po’ particolare, la mia, perché anche mia nonna, la mamma del mio babbo, è nata in Argentina nel 1902.
Allora partivano gruppi di persone e alcuni restavano, altri tornavano. Mia nonna è tornata dalla Francia, ma poi è partita mia mamma per l’Argentina con altre quattro coppie, tutti sposati. Lei aveva una zia in Argentina, la sorella di mia nonna: chi era il nipote da parte della zia e chi era il nipote da parte dello zio, e quindi la comunità anghiarese si è trapiantata laggiù. C’è chi è rimasto, c’è chi è tornato. Nessuno dimentica l’altro.
Anche se i legami oggi cominciano un po’ ad allentarsi, c’è sempre stato questo scambio: venivano ad Anghiari perché avevano dei parenti, si invitavano a pranzo, una volta dall’uno, una volta dall’altro, e quelli che sono rimasti laggiù sono sempre in contatto con l’Italia. Vengono perché ci sono ancora le vecchie generazioni, le persone che hanno la mia età, ma non so cosa faranno poi quelli che verranno.
Io però voglio tornarci, prima o poi, in Argentina, dove ho una cugina della mamma ancora viva.
A Buenos Aires c’è un luogo, come a New York, nel quale sono conservati i documenti di identità di tutti gli italiani che sono entrati in quel paese a partire dalla fine dell’800 e lì potrei ritrovare il nonno del mio babbo, che è andato giù in Argentina con la nave.
Mi sono recata invece più volte in Francia dove mio padre è nato nel ’23. Mio nonno non era uno che si voleva lasciar piegare dai fascisti, dunque ancora una emigrazione che dura fino al ‘43.
Vivevano a Saint Raphael, sulla Costa Azzurra. Un posto bellissimo, con queste rocce rosse sul mare, e quando, molto tempo dopo, mio padre vi ritornava, era come se ringiovanisse, era come una cura: gli passavano i dolori e qualsiasi tipo di malanno.
Il modo di vivere oggi è diventato più caotico però lì ci sono ancora persone che mio padre conosceva, diventate anziane anche loro. Ma si comincia però ad allontanarsi perché la generazione nuova è difficile che venga qui ad Anghiari a trovare gli ormai lontani parenti.
Sono dunque andata più volte a Saint Raphael, quasi per incontrare il mio babbo e per ritrovare, ora che lui non c’è più, il posto dove era nato e che lui amava tanto.
Tornarono in Italia perché era scoppiata la guerra e dovevano decidere se rimanere là e farsi francesi o tornare in Italia. La Francia era alleata contro la Germania e mio babbo avrebbe dovuto andare sotto le armi. Così il nonno decise di rientrare perché “non si va contro i fratelli, contro… per carità per carità…”.
Pensavano di poter nascondere mio padre, invece no. Lui prima ha lavorato, ma da esterno, per costruire le baracche per i detenuti nel campo di concentramento per prigionieri polacchi di Renicci. Ne sono morti tanti e ce n’erano tanti nel cimitero. Ora sono stati raccolti nell’ossario che si trova a Sansepolcro.
Mio padre veniva da un mondo vent’anni più avanti di quello italiano, dove il costume da bagno a due pezzi esisteva magari già nel ’36-’37, mentre qui si andava ancora coperti. L’apertura mentale era completamente diversa e già si usava lo slip al posto della vecchia mutanda. Mia nonna mi diceva: “Quando lavavo queste mutande, le appendevo e le coprivo!”
Poi è stato preso e mandato lui stesso in campo di concentramento in Germania dove ha cominciato a praticare il tedesco.
Mio padre mi ha raccontato tanto di quel luogo dove è cresciuto, Saint Raphael, e quindi anche quello sta diventando per me un luogo di ricordi malgrado non ci abbia vissuto.
Lui, che parlava francese perché era cresciuto là e non sapeva una parola di italiano quando è venuto via, ha continuato a coltivarlo anche leggendo moltissimi libri in francese. Il tedesco invece non l’ha proprio voluto praticare e l’ha perso. E io, quando ho cominciato a studiare il francese a scuola, mi sono sentita tanto vicina a lui.
Dunque una storia di migrazioni che dalla Toscana prende rami diversi, verso la Francia e verso l’Argentina.
Ma quello che è capitato alla mia famiglia è capitato anche a tante altre famiglie e quindi dipende forse da questo il senso di accoglienza che caratterizza gli anghiaresi, perché sono stati abituati alla lontananza dalla propria terra, e chi ha vissuto questa esperienza o gli è stata raccontata riesce a comprendere tante cose, la difficoltà degli altri soprattutto
Mia nonna mi diceva: “Io sono stata accolta in Francia a braccia aperte”. E mi spiegava: “Vedi, il migrante… tu sapessi quant’è dura cominciare, iniziare e poi arrivare, per poi riuscire, per poi…“.
La prima casa
Tornati dall’Argentina, i miei si sono stabiliti qui ad Anghiari.
La mia casa d’origine è in via Taglieschi, e c’è tuttora.
Era una bellissima casa, ma molto diversa rispetto a quella che era stata lasciata: laggiù, tutte cose moderne, all’avanguardia per quell’epoca, e qui tutto un altro mondo.
Io l’unica cosa che mi ricordo, ed è un ricordo indelebile, è il forno. Le finestre davano su via Taglieschi; c’era il forno del pane di fronte e c’era il continuo va e vieni di queste donne con l’asse sulla testa che portavano a cuocere il pane per tutta la settimana, con questo telo bianco steso sopra a queste pagnotte di pane, coperte da una altro panno bianco. E cocevano il pane e venivano a ritirarlo con quest’asse di legno, questo telo.
Mi ricordo in particolare un personaggio, Beppe, che era zoppo. Aiutava la fornaia con la legna per il forno e c’erano tutte queste fascine messe da una parte per accendere il fuoco.
Tutto lì si animava al momento della Pasqua perché ognuno stava fuori, col suo tegame di coccio verde. Erano cocci semiconici, con l’interno di smalto a vetro, verde a puntolini beige, e lì ci sbattevano le uova con la frusta per fare i vari dolci. E i ragazzi che stavano lì aspettavano perché alla fine, dopo che il dolce era stato tutto rovesciato, la leccatura del piatto era di rigore: “Vieni, vieni che te faccio leccà ‘l piatto”.
Ma sempre quel luogo era animato, e sempre Dina (così si chiamava la fornaia) aveva il suo da fare.
Sicchè: “Dina le cosce domani ti porto, domani ti porto una teglia di biscotti” e pagavano quel tanto al forno.
Sono rimasta lì fino a due anni e mezzo e ho di quella casa ricordi indelebili.
Ci sono cose che ti colpiscono più di altre.
Magari non mi ricordo, per dire, come poteva essere la camera, ma il ricordo del forno… Forse era per quel fuoco che si vedeva da fuori perché era nell’angolo, e la legna fuori, e queste persone che sbattevano le uova e si faceva tutto lì. Una sensazione bella, veramente bella.
Poi c’erano le donne che abitavano in campagna e arrivavano con queste teglie di ferro nere: facevano cuocere e poi ripassavano e riprendevano la loro teglia. Lì c’era il segno perché, per riconoscere ognuna la sua, c’era chi ci metteva uno stecchino in una modo, chi lo metteva in un altro e ognuna riconosceva il tegame secondo il segno che ci aveva messo.
Quello è stato proprio un posto bello. Se ci ripenso sì, veramente molto bello.
E tra le persone ricordo la Novella. Lei il forno l’ha vissuto proprio, e tanto, perché anche lei aiutava a sbattere: “Novella, ci vieni a darmi una mano?”. “Ci verrò”, facendo intendere, con quel futuro, un suo sorridente scherzo.
Dopo, passata nell’altra casa, ricordo altri particolari: com’era la camera, come si viveva in famiglia, così.
La seconda casa
Venuta via da lì, sono andata ad abitare in un’altra casa. La chiamavano “Villa fiesolina”, forse perché ricorda le case di Fiesole, arrampicate su per il pendio, una sopra l’altra. Questa casa era così, praticamente arrampicata, e sopra ce n’era un’altra. Non l’avevano costruita i miei genitori, che l’avevano comprata, e siamo andati a stare là.
Questa casa aveva un giardino non molto grande, però mio nonno ci aveva fatto l’orto. A lui piaceva tanto, e anche al mio babbo.
In quest’orto c’era di tutto e di più: c’erano i pomodori, c’era l’insalata, e questo piccolo pollaio in fondo che il mio babbo aveva costruito con i mattoni. E quindi c’erano i pulcini, le colombe, persino le tartarughe…
La mia nonna invece curava i fiori. Lei aveva un pollice verde veramente. Li ricordo bene i fiori della nonna, queste ortensie bellissime, enormi.
Il tempo lo trascorrevo con lei, in questo giardino-orto dove facevo uncinetti e giocavo.
Era un luogo d’incanto. Avevo un’amica sotto, più grande di me di un paio d’anni; più sotto ancora ce n’erano altre due e si stava insieme e si giocava.
Con loro ci divertivamo a fare il teatro, a modo nostro, naturalmente. C’era questa strettoia dove si tirava una tenda e il gioco stava più che altro nel travestimento: c’erano i vestiti vecchi della mamma che non aveva buttato via, o quelli della nonna, e quindi quella gonna lunga, quella camicetta un po’ particolare…
E c’era l’altalena, l’altalena messa tra due alberi. Noi eravamo tre o quattro ragazzine e ci si divertiva da morire.
Arrivate alle scuole elementari salivamo al giardinetto e si giocava. Si raccoglievano le castagne, le ippocastagne, con cui ci facevamo le collane, o si raccoglievano le foglie, una diversa dall’altra, per vedere com’erano fatte.
Poi è arrivata la televisione: la novità, la grande novità, la grossa novità. Fu un cambiamento incredibile.
Quando la sera davano i cartoni animati di Walt Disney mio babbo mi portava al bar in piazza dove c’era la televisione per tutti. Andavamo a piedi e, quando si tornava, avevamo una pila: non c’erano i lampioni, non c’era l’illuminazione, e si scendeva per quelle scale che oggi non ci sono più perché hanno fatto una strada da un’altra parte. Noi entravamo nel giardinetto e c’era questa fila di scale e ci facevamo luce con questa pila per non inciampare. E la visione che ho anche adesso è l’ombra sullo scalino che si prolungava e poi spariva, per poi ricomparire e poi sparire: è sempre stata una cosa che mi incantava da morire.
In quella casa ho festeggiato la Cresima, che allora si faceva prima della Comunione. Quest’ultima, invece, ho fatto in tempo a farla in questa casa dove abito tutt’ora e dove sono venuta a stare quando facevo la seconda elementare.
La terza casa
Arrivati ad abitare in piazza, i giochi sono cambiati. Si può dire che ogni strada avesse i suoi giochi particolari, per cui in via Giordano Bruno si giocava con la palla: palla prigioniera, la palla al muro, con tutti i vari “fai la giravolta, falla un’altra volta…”. Via Taglieschi si prestava molto ai nostri svaghi perché non c’erano macchine né motorini, quindi si giocava, anche in sei o in sette, con la corda lunghissima che veniva fatta girare e uno entrava, diceva il nome di un frutto: pera, mela, susina e pesca… e entravi e uscivi mentre la corda continuava a girare.
E poi qualche volta si stava sedute a fare l’orlo a giorno.
Ognuno portava fuori la seggiolina e in questo modo via Taglieschi (sempre lei!) s’animava: praticamente ad ogni porta c’era una seggiolina e una persona che ricamava. Si parlava del più e del meno tra donne: “Oggi ho fatto la pasta, oggi ho messo i fagioli, domani farò la polenta…”. C’era questo modo di stare insieme. La piazza invece era il luogo del passeggio (che a noi ragazzine sembrava chissà cosa!) e della bicicletta: prima la biciclettina a tre ruote, poi a due… un modo anche questo per fare sport.
Ma quest’ultima casa ha significato per me un altro luogo che ho vissuto con grande intensità: il negozio.
Il negozio
La bottega è sempre stata un luogo dove io ho vissuto tantissimo con i miei genitori: tornavo da scuola, facevo i compiti, poi scendevo in negozio dove davo una mano per quello che potevo e per quello che ero in grado di fare.
Anche quello è stato un luogo di grande relazione perché s’impara a conoscere tante persone. Mia mamma è stata dal ’43 al ’46 all’Ufficio Anagrafe. Ne è stata allontanata per far posto a un fascista, ed era solita dire: “Ah, aghi, spilli, specchi, chi ha da avere, aspetti!”. E così lei conosceva proprio tutti, tutti veramente. Riusciva a riconoscere chi era il figlio di chi dalla fisionomia: “Tu sei il figlio di… tu sei il nipote di…“.
Ma il negozio l’ho sempre vissuto come luogo bello anche per i cambiamenti che aveva durante l’anno.
In primavera si riempiva di camice da notte, vestaglie, liseuses, pigiama. Poi c’era un angolo dedicato agli oggetti per i matrimoni, quindi piatti, astucci con dentro le posate, con dentro le tazze...
A Pasqua esibiva tutte le cose da indossare il giorno della festa: la maglia bella, il vestito bello. In quel periodo le persone venivano a comprare e anch’io sceglievo qualcosa da mettermi la mattina di Pasqua.
Durante l’estate non c‘erano grossi cambiamenti, costumi da bagno e cose simili, ma io l’aspettavo con ansia, l’estate, perché ai primi di luglio nel negozio si sceglievano gli addobbi del Natale.
Venivano i viaggiatori con queste valige grandissime fatte a box, a scatoline, e si sceglievano quelle che sarebbero state le palle di Natale. Ce n’erano di vari tipi, ma le più belle erano quelle di vetro soffiato… una cosa indimenticabile, e ogni anno vedevi qualcosa di diverso e forse ancora più bello dell’anno prima.
Era un momento davvero particolare: io stavo lì da una parte, il babbo e la mamma sceglievano queste cose e, quando era finito l’ordine, il viaggiatore ti lasciava sempre una o due cose da appendere all’albero di Natale. Ce le ho tutt’oggi queste bellissime palle, e non le ho fatte toccare neanche ai miei figli da piccini perché avevo paura che me le sciupassero: con loro usavo palle di plastica. Sono sempre stata attaccata alle mie cose, ai miei ricordi e le sto facendo vivere anche a loro che se ne stupiscono: “Non è possibile, mamma, queste cose qui”.
E poi arrivavamo a settembre e, siccome i miei vendevano anche i giocattoli, andavano a Firenze a comprarli. Quando ritornavano, uscivamo alla sera e mettevamo in ordine le cose, mettevamo i prezzi e si provava a vedere se i giochi funzionavano: quindi la bambola che parlava con il disco, quella che si tirava con la corda, la giostrina con la molla che tiravi la piccola manopola, poi la lasciavi andare e questa giostrina prendeva a girare… Si doveva provar tutto perché quello che non andava bene si poteva riportare.
E quindi quel periodo era veramente bello, non per qualche sua particolarità legata alla stagione, ma proprio perché si preparava il lavoro per il Natale.
E dopo, quando arrivava l’8 dicembre, nel negozio si allargava questo banco grandissimo, a gradini, che aveva fatto mio babbo. Lì c’erano tutte queste scatole di palline in bella mostra, fragilissime e delicate, coperte rigorosamente da un nylon trasparente perché non si impolverassero. E poi c’erano tutti questi giocattoli che si tenevano al piano superiore. Si scartavano le cose nuove, e il ricordo va a questa carta bianca leggera, non proprio trasparente, non bianca bianca ma grigia, un po’ scura. E si tiravano fuori i vari oggetti, si mettevano in mostra… E le lucine poi… Era un momento magico da vivere e il luogo diventava bellissimo, veramente bello da vivere.
L’oratorio
L’oratorio è un luogo che mi è particolarmente caro, anche perché è lì che ho conosciuto mio marito.
Ma non è solo per questo. Quello è stato l’occasione di bellissime esperienze, anche grazie a un sacerdote in gambissima: don Nilo Conti. Molto aperto, molto moderno, ricercatore d’arte, è grazie a lui che c’è il museo Taglieschi. Veniva da una famiglia benestante. Quando andava in giro per il mondo, se vedeva opere o oggetti che provenivano dalla Toscana li comprava e li portava a casa. E così ci ha insegnato anche questo, a saper valutare le cose antiche.
Aveva molta attenzione per i giovani. Ci aveva dato una sala, ci aveva permesso di aprire un piccolo bar, piccolissimo, e lì si ballava anche, e poi si andava a comprare la pizza al taglio alla pizzeria che era stata appena aperta in piazza e si mangiava tutti assieme.
A fianco dell’oratorio avevamo il cinema all’aperto, sempre organizzato da don Nilo. A fianco della Prepositura una parete del muro era stata imbiancata; c’erano delle seggiole di metallo che si ribaltavano e lì si faceva il cinema all’aperto per i ragazzi. Don Vittorio faceva il macchinista e lì abbiamo visto tutti i film di Zorro. Si andava e si pagava quel poco per il noleggio della pellicola. Anche quello è stato un bel modo di vivere assieme.
Ma anche sotto altri punti di vista don Nilo è stato un prete eccezionale.
Era molto attento alle persone e ai loro bisogni e, quando qualcuno veniva ricoverato all’ospedale, lui andava a togliere il velo alla Madonna del Trittico.
Era morta di leucemia la figlia diciassettenne di Otello Boncompagni, ma lui è andato ugualmente al funerale civile del comunista, non come prete ma come uomo.
Inoltre è stata sua l’idea di fare il Carnevale della gioventù non la domenica delle Ceneri ma la prima domenica di Quaresima: “Così la gente viene!”.
Davvero una persona in gamba.
Dopo di lui il Carnevale è tornato al suo posto. E me ne dispiaccio ancora ora.
Questo è stato l’oratorio, un luogo di incontro e di socializzazione per i ragazzi ma con una attenzione anche agli adulti. È stato tenuto lì, ad esempio, il primo corso di inglese.
C’era la signora Negrotto, la figlia del conte Negrotto, che adesso è una suora laica, che aveva organizzato questo bel gruppo. Lei aveva fatto la guida turistica, e parlava benissimo l’inglese e così sono nati i primi corsi.
…e altri luoghi
Per noi ragazze un altro luogo di ritrovo era il Cenacolo di Montauto.
Qui avevamo un convento di suore e, da ragazze già un po’ più grandi, medie e prime superiori, s’andava a fare gli esercizi spirituali. Si rimaneva lassù, in ritiro spirituale, quattro giorni: si discuteva, si parlava di tutto, perché le conversazioni non erano legate esclusivamente alla religione, ma anche a un’educazione, non diciamo sessuale, ma quasi. Per la crescita anche quello è stato un bellissimo luogo… si rimaneva fuori da sole e si passavano assieme tre notti all’anno, tre notti in cui tu non fai altro che non dormire, perché ti racconti di tutto, poi gli scherzi…
S’incontravano anche persone straordinarie. Noi avevamo un padre gesuita, uno spettacolo.
A quell’epoca sembrava una cosa impossibile che questo sacerdote, questo gesuita, fosse così aperto, così disponibile alla discussione.
Sono tante le cose che ti rimangono in mente. Ci sono quei luoghi dove tu ripercorri bene la tua storia e ci ritorni molto volentieri.
Come le camminate nel bosco dove, quand’era settembre, si trovavano i ciclamini selvatici, c’erano i funghi…
Su al Campo della fiera c’era quel piccolo campo da pallacanestro in cemento. Io facevo parte della squadra di pallacanestro femminile di Anghiari e ci allenavamo sul cemento, lassù, con le amiche di sempre, quelle con cui si giocava con le castagne e con la corda.
Si andava su, c’era l’allenatore e ci si allenava. Nel periodo di agosto il luogo diveniva parecchio vivace perché si faceva un torneo in notturna quindi c’erano le squadre maschili e le squadre femminili… e si socializzava volentieri. Quando non giocavo, ero al banco del segnapunti, e quindi sempre si era coinvolti.
Poi c’era anche il Tevere. D’estate le poche volte che si riusciva ad andare al Tevere in bicicletta, si partiva in quattro o cinque, più che altro per perdere tempo a parlare lungo la strada: occupavamo tutta la strada per il largo e poi si arrivava al fiume. Non era come oggi, non c’era la diga. Così si faceva questa passeggiata: era piacevole e poi si ritornava col caldo da morire.
Il campo sportivo
Un luogo che tuttora mi impegna moltissimo, e non solo me ma quasi tutta la famiglia, è il campo sportivo, dove ho conosciuto mio marito. Prima giocava a pallone e non c’era che un campo sterrato, ma proprio lì è nata la passione di vivere questa esperienza come Società. Mi sono sposata nel’76, Elena è nata nel ’77 e mio marito è diventato presidente di questa Società nel ’79 e tuttora lo è.
Abbiamo visto passare tantissimi ragazzi e abbiamo conosciuto tante persone, anche allenatori di squadre avversarie. Ancora oggi ci si telefona, perché siamo rimasti in ottimi rapporti.
Sono state tante le battaglie per poter avere un campo fatto bene. Ed è stato tutto volontariato, in paese e nel territorio, per raccogliere i soldi che servivano. Abbiamo inventato le pesche di beneficenza e, in occasione della Mostra dell’Artigianato, veniva la gente da fuori, trovava la pesca di beneficenza e sembrava che avessero trovato qualcosa di straordinario: una cosa dimenticata per molti, ma che ci dava così modo di vivere.
Prima c’era un solo campo, ma ora ne abbiamo diversi. È un impegno grosso. Non è facile organizzare sei – sette – otto squadre con un centinaio e più di ragazzi, divisi tra pulcini e poi su su su, che giocano nei vari campi indifferentemente, senza fare distinzioni tra squadre più o meno importanti.
Questo è stato certamente il luogo bello dell’avventura, la Baldaccio Bruni, un luogo diverso da ogni altro perché vedi passare tanti ragazzi: arrivano che hanno sei anni, li vedi crescere, poi li perdi di vista, poi, diventati babbi, d’improvviso tornano perché torna il bimbo.
Quello è un luogo di aggregazione che tu vivi sempre personalmente, ma facendo attenzione a non farti troppo coinvolgere. Infatti tante volte si vivono anche situazioni particolari con le famiglie, quando si incontrano ragazzi un pochino più disadattati. Allora bisogna cercare di frenarsi e di rimanere un pochino più distaccati perché se no, emotivamente, non si potrebbe farcela.
Ora poi ci si è buttato anche mio figlio, e così la storia finisce ma non finisce, continua.
Feste
C’era la fiera del cocomero il 29 di agosto. Era un festa molto bella perché anche questo era un forte momento di aggregazione. Lungo la discesa erano tutte cataste di cocomeri e ogni famiglia passava, e comprava il cocomero.
Se qualche frutto si rompeva o usciva dalla catasta, prendeva il via e arrivava, per dire, a Sansepolcro! Alla fine della giornata, la sera tardi parecchie ragazze aspettavano giù verso la piazza, e anche più giù, perché gli ultimi cocomeri venivano BARULLATI lungo questa discesa e logicamente si riportava a casa il cocomero.
C’era un’intesa molto intensa.
Nelle case private al pomeriggio della domenica, quando ormai io e le amiche si faceva il liceo, s’andava e si ballava.
Ma qui si ballava moltissimo durante le feste di Carnevale e facevamo un bellissimo veglione il martedì di Carnevale al teatro. A mezzanotte, nei palchi dove le nonne o le mamme accompagnavano le ragazze che andavano a ballare, ognuno portava castagnole o altre cose da mangiare. Ci si scambiava anche questo e s’andava a casa verso le tre, le quattro. Era un momento molto bello e anche atteso durante l’anno, più di altri vissuti invece nelle case.
In sintesi
E questi sono i luoghi. Però c’è anche il mondo. Ho avuto la fortuna di girare il mondo. Però i luoghi che mi sono rimasti di più nel cuore sono questi.
L’oratorio è forse il più importante perché mi ha portato l’amore e la famiglia, e poi perché è stato un luogo bello e costruttivo.
I luoghi del divertimento spensierato e dell’infanzia sono stati certamente via Taglieschi e il giardinetto perché è lì dove tu corri a perdifiato, dove tu caschi, dove ti sbucci i ginocchi e poi torni a casa e la mamma ti sgrida e ti pulisce le sbucciature.
Il luogo fondamentale di aggregazione è stato senz’altro la scuola, dove sono nate le amicizie che poi nella vita sono rimaste. Sia la scuola elementare che la media perché poi eravamo sempre gli stessi, ma anche il liceo. Io ancora oggi i miei compagni di liceo, sparsi un po’ qua e un po’ là, li ritrovo. Ritrovo il medico con cui si è fatto l’università insieme, ritrovo la dott.ssa di pediatria… Con loro ci siamo sempre ritrovati come amici.
E poi, ripeto, il luogo che più mi ha preso e ancora tanto mi prende è il campo sportivo, la Baldaccio Bruni, e questi ragazzi che si succedono e riprendono là dove i padri si erano fermati.
Ci sono i luoghi della memoria della mia famiglia, quelli a cui torno o vorrei tornare come a un incontro con i miei genitori: Saint Raphael, l’Argentina…
Ma i luoghi che più amo sono quelli più imbevuti di persone. Senza le persone un luogo è vuoto, proprio vuoto, qualcosa solo da guardare. Un luogo da godere è invece, assolutamente, quello dove ci sono le persone.
Le cose cambiano
Il forno di via Taglieschi a un certo momento è stato chiuso. Ne è nato un altro, di un signore di Arezzo che faceva il pane. Anche lì si portavano i dolci a cuocere, però il pane a quel punto pochi se lo facevano da sé.
I cambiamenti sono stati tanti.
La latteria dove andavamo a prendere il latte crudo con la tazza di smalto da un litro o da mezzo litro, latte che poi a casa si faceva bollire, non c’è più.
È finita la sagra del cocomero. Si perdono, queste cose, anche perché non è più una attività che ti possa aiutare a mantenerti. Chi in Val di Chiana produceva questi cocomeri ora ha rinunciato perché dal punto di vista economico non rende più.
Ormai le regole le detta l’economia: chi viene deve guadagnare. Anche il mercato in se stesso va a finire: si paga il suolo pubblico per poi incassare poco o niente.
Ed è un peccato perché si perdono dei pezzi di storia e, per esempio, tante cose i miei figli non le hanno mai viste né vissute.
Cambiano, le cose e i luoghi cambiano.
L’oratorio è rimasto quello che era, un punto di riferimento stabile e solido per i ragazzi dal più piccolo al più grande. Quello è rimasto con la sua impronta.
Ma via Taglieschi non è più quella perché si è spopolata, se non del tutto quasi, perché molte case sono state comprate da stranieri e quindi sono vuote.
La discesa è diventata pericolosa, quindi in bicicletta ci si va poco o niente.
Nessuno gioca più al pallone, come succedeva prima.
Montauto è rimasto un luogo come io l’ho lasciato e ospita famiglie che vengono anche da fuori, da diverse parti d’Italia, per trascorrere momenti tranquilli.
Il campo sportivo e la passione per il pallone sono cresciuti, si sono evoluti, sono diventati, e spero diventino, sempre più grandi. Ma va bene anche che rimanga così com’è, purché non vada perduto.
Le botteghe diminuiscono. Oggi c’è il supermercato, si va lì. Ma il supermercato per me non è un luogo e ci vado solo se proprio son costretta. L’ambiente è freddo e vuoto, nel senso che non c’è niente, secondo me, perché non esistono le relazioni umane. Non ti puoi fermare a chieder niente a nessuno perché tutti vanno di fretta, tutti corrono. Quello è veramente un non luogo.
Se posso, anche oggi preferisco fare la spesa in paese. È brutto che i negozi spariscano. Ma per resistere ci vuole coraggio. I miei hanno messo su il negozio nel ’50, perché prima, dal ’43 al ’50, erano ambulanti. Non è facile, però la gente ci viene volentieri perché parla delle sue cose, si scambia notizie, informazioni.
Non mi pace Face book, non mi piace niente di tutto questo. Io infatti il computer lo tengo molto distante. Sbaglio, perché il futuro sarà questo, ma non è che mi entusiasmi molto. I giovani non lo so.
Tuttavia ci sono stati anche cambiamenti positivi.
Per esempio il nostro ricovero ad Anghiari purtroppo era un posto dove si viveva della carità degli altri, e quindi chi portava il vino, chi portava la pasta. Chi non aveva niente andava là per morire. Adesso è una residenza protetta a livelli molto belli, umani, dove le persone che non hanno possibilità o che non hanno persone che li possono seguire sanno dove stare.
La Ripa lo stesso: per noi andare di qui alla Ripa era come andare in colonia. Era praticamente l’asilo delle suore, un asilo estivo a cui venivano mandati i bambini che avevano i genitori che lavoravano. Io magari non avevo bisogno perché avevo i nonni, però mi ci mandavano per stare in compagnia e quindi si partiva alla mattina con la merenda, si stava là, si ritornava giù verso le quattro e mezzo, le cinque.
Adesso è diventato, anche quello, un luogo per persone anziane.
Per i ragazzini noi della Baldaccio Bruni e dell’Informagiovani organizziamo, alla fine della scuola, quindi attorno al 12/13 giugno, vari percorsi. Li portiamo in piscina a S. Giustino o a fare le varie escursioni: partono la mattina e rientrano all’una, una e mezza.
Sempre all’oratorio fanno il GREST. Anche loro offrono ai ragazzi diverse iniziative: una volta vanno da una parte, una volta dall’altra, fanno una cosa su all’oratorio, fanno delle recite, fanno sport, fanno cultura, religione… Abbiamo un’organizzazione abbastanza capillare in questo senso… ma al GREST la cosa bella è che ci vanno anche i bambini mussulmani. Ci sono dei genitori che non hanno remore perché loro lavorano e i bambini hanno bisogno di un luogo in cui passare il tempo in situazione protetta. Nessuno gli inculca niente, in quanto sono scelte che ognuno deve fare in modo autonomo, però stanno bene insieme perché fanno delle cose assieme.
È lo stesso da noi, alla “Baldaccio Bruni”: qualsiasi ragazzino venga, anche se di estrazione sociale diversa o di diversa religione, tutti si sono trovati sempre molto bene. C’è da pagare, perché i trasporti costano, però c’è il servizio; tu sai che il ragazzo dalla mattina alle otto quando partono, fino all’una quando rientrano, sono seguiti. Penso che sia un servizio, e vedo che tutti sono molto contenti di questo. Fino a quando potrà durare non si sa. Ci vogliono anche i soldi, ma queste attività sociali sono difficili da comprendere. Noi per ora non abbiamo problemi. La mentalità è ancora quella.
Io mi ricordo che, quando Federico era piccino, a questi del bar, Fernando e la Franca, lo dicevo: “Se tu vedi Federico che fa qualcosa che non va bene dimmelo, lo riprendi e poi tu me lo dici”. Questa attenzione ancora c’è: “Guarda, ho visto quel figliolo, controlla, può darsi abbia visto male, può darsi che non abbia capito, può darsi…”. Ecco, far osservazioni senza offendersi, è un modo per tutti di prendersi cura degli altri, specialmente dei più giovani. Per ora ancora andiamo, fino a quando non si sa, e quindi un attimino un po’ ci si salva. |