Santino Del Sere raccontato da Ornella Romanazzi

SANTINO DEL SERE
Dal Rinascimento all’oggi sull’onda del rock

a cura di Ornella Romanazzi

Incontro Santino in un soleggiato pomeriggio di Gennaio, in uno dei cortili di pietra della sede della Libera, sotto il campanile. Ha una giacca aperta e sembra non soffrire il freddo, ansioso di andare, di incominciare la nostra intervista. Scendiamo veloci le scale che ci portano rapidamente alla sua bottega in piazza e intanto cominciamo a chiacchierare, per rompere il ghiaccio. Il luogo scelto è suggestivo. Una lunga stanza, odorosa di cera e di legno, piena di mobili intarsiati, di quadri, di oggetti. Presto scoprirò che tutti questi prodotti artigianali sono fatti da lui, insieme ad un tavolo dello zio Gnaso ed un piccolo quadro che papà Santino ha riprodotto da un disegno fatto da sua figlia Francesca quando era molto piccola, che rappresenta il teatro. La nostra intervista avrebbe come tema i luoghi di Anghiari, ma il viaggio con Santino spazia attraverso i luoghi e le persone e le storie con un ritmo incalzante che, dopo pochi tentativi, rinuncio a disciplinare, lasciandomi andare all’onda del suo racconto con grande piacere.

Le origini
Anghiari è un paese ospitale, bellino da vedere, se uno inizia ad entrare è anche un paese molto divertente. Una cosa simpatica sono i soprannomi. Qui tutti hanno soprannomi, anche se quest’abitudine sta un po’ scemando. A me mi chiamano “Gnaso”, della famiglia degli Gnasi, che vuol dire Naso Grosso. Non che io c’è l’abbia tanto pronunciato il naso, mio fratello c’aveva un naso grosso. Poi c’è il Lodola… insomma, c’è un sacco di soprannomi ad Anghiari. Quando uno muore sul manifesto funebre insieme al nome gli mettono il soprannome.
Ora io non vivo più ad Anghiari, da quando sono sposato vivo a Toppole, a cinque Km da qui, ma sono nato ad Anghiari, nel 58, proprio nel palazzo del Marzocco, dove c’è il museo della battaglia di Anghiari. La mia famiglia si era trasferita lì dal Poggiolino, dove sono nati tutti i miei fratelli. Mio padre aveva comprato la bottega dove siamo andati a stare nel 59, io sono nato in un momento di passaggio, tra la casa del Poggiolino, dove non ci si stava più tutti quanti, che anche lo zio Berto si era sposato ed aveva avuto un figlio. Il palazzo del Marzocco dove sono nato, che richiama un palazzo importante, era invece una “topaia”, era dei preti che affittavano le case alle famiglie povere del paese, che poi Anghiari all’epoca era un paese povero, ma dove sono nato io, che era la parte più nobile del paese, era proprio il Bronx… io ancora mi ricordo che per il paese passavano le vacche che portavano i vari raccolti alla fattoria.
Sono rimasto orfano del mio babbo Laurino che avevo tre anni, perciò di lui ho pochi ricordi, solo quelli che mi raccontava mia madre. Il babbo, che era un meccanico, morì per un incidente con il trattore, forse in modo stupido. Era estate, pioveva, e lui aveva tutti gli amici intorno, voleva fargli vedere il funzionamento del trattore, perché era orgoglioso di averlo comprato. Non era una cosa da tutti a quei tempi (negli anni ’60) investire il denaro in una cosa nuova, il paese era lento. Lui invece era una persona brillante, vedeva al di là, aveva trent’anni e prendeva, partiva, andava a Milano per la fiera campionaria, comprava i pezzi dai meccanici che avevano le macchine dismesse, poi se li portava ad Anghiari... insomma, per uno che aveva fatto la quinta elementare e veniva dalla campagna, era una persona brillante, dalla mentalità aperta. Ma poi per il lavoro, lo dicevano tutti, era conosciutissimo! Dopo la morte del babbo i miei fratelli si può dire che hanno avuto la sorte peggiore, perché sono andati in collegio, mentre io, che ero più piccolo, sono stato mandato in campagna a “Guardabasso”, dalla mamma Amelia.
Son stato lì fino a dieci anni e ne ho un buon ricordo. Il pomeriggio, dopo la scuola, ci si arrampicava sugli alberi, si andava sull’altalena, si giocava. Poi c’erano gli animali, le pecore, le mucche da mungere. L’acqua bisognava andarla a prendere con le mezzine, e non c’era il bagno. Insomma, si faceva… nella concimaia. Poi, la sera, mi venivano a prendere e tornavo a casa, dalla mia mamma Edmonda.

I giochi, la musica e il teatro
Da ragazzini si giocava nel paese, si spaziava in tutto il centro storico, fino all’oratorio. Si facevano i fortini, gli attacchi, insomma, queste stupidate. Non era come oggi che i ragazzini vanno a fare le attività nel pomeriggio, l’inglese, la danza… C’erano grandi battaglie tra Anghiari vecchia e Anghiari nuova ed io, anche se vivevo fuori, ero considerato un Anghiarese DOC, perché ero nato al centro del paese, dentro le mura. Si aveva un senso di appartenenza forte, non so cosa te lo dava, se quello che ti dicevano, o le mura, o le porte del paese. Ci riunivamo in un fondo qui sotto e ci mettevamo una specie di sacco nero, con la L di Lucifero scritta in rosso. Io non avevo soldi per farmi questo costume, perciò mi feci dare dei panni vecchi dalla mia mamma, ma erano bianchi… Pensa, il costume era per non farsi riconoscere… Mi ricordo una volta che uno di fuori iniziò a parlare e dire “Io sono il grande capo, io sono il grande di qua, il grande di là…” E un mio amico, un burlone, uno che proprio non la manda a dire, scappò su con un “ Sì, tu sei un grande figlio di … zucchina!” Un’altra volta venne uno, sempre di fuori, era di Firenze, infatti lo chiamavamo “ il Fiorentino”, e Manfredo che si considerava un po’ il capobanda, perché era più aggressivo, gli disse “ ma tu che vuoi, che vieni da fuori, vieni qui, dentro le porte…” E quello, che s’era armato di tutto punto con arco, frecce, cerbottane, ed era un po’ più grande di noi e più sveglio, giù, botte da orbi. Io mi son steso in terra per non prenderle, poi, tutti a scappare… Questo succedeva fino ai dieci, dodici anni, poi venne il momento dello sport. Si giocava a calcio, a pallacanestro. Poi ancora, verso i sedici anni, mi sono messo a cantare e suonare con un complessino. Ci trovavamo al Palazzolo, che è un posto di avvistamento da cui si controllava la piana, proprio sotto le mura, si vede anche nella” Battaglia di Anghiari”. Andavamo lì a fare le prove, in una piccola stanza dove anni prima di noi suonava un altro complesso, che si chiamavano “I Squali”, e il professore di lettere, Filomena, li ribattezzò “gli Squalificati”, perché in dialetto anghiarese, noi diciamo per esempio, sbagliando, i sposi… È durato tre anni circa quel periodo e, forse, è stato il periodo più bello della mia vita. Eravamo in quattro o cinque, c’erano i primi innamoramenti, le prime cotte, e chi pigliava la sbornia per una, chi per l’altra… facevamo “I quattro dell’Apocalisse”. Io fui bocciato al quarto anno perché avevo preso una cotta per una ragazza… non che andassi chissà quanto bene a scuola… e pure il mio amico che suonava il basso si era innamorato di una, il batterista aveva preso una sbandata per un’altra… Suonavamo “Tanta voglia di lei” dei Pooh e chi piangeva da una parte, chi dall’altra, finché non siamo partiti per il Servizio Militare. Poi purtroppo successe una brutta disgrazia, morì il nostro amico batterista mentre lavorava alla costruzione della diga. Si doveva sposare e quindi lavorava, stava trasportando del materiale con il camion. Aveva ventuno, ventidue anni al massimo, povero ragazzo. Il complesso quindi durò poco, poi venne la compagnia di musica popolare, di cui mio fratello Walter è stato il fondatore, l’anfitrione, insieme al Guiducci. Quando era vivo Walter era proprio l’anima del gruppo, e ci teneva a conservare un rigore filologico nella ricerca delle musiche e delle danze popolari della tradizione toscana. Abbiamo girato mezzo mondo con questo gruppo, siamo stati in Russia, in Argentina, in Canada, in Germania. Abbiamo fatto spettacoli anche per la Libera. Ma da quando non c’ è più il Walter il discorso storico, di ricerca, si è un po’ perso. Poi, lui aveva una personalità forte per queste cose. A parte che io c’ho da lavorare, non è che abbia le sue doti! Ho smesso quando hanno iniziato a suonare il liscio, per fare qualche soldo. Io, anche se ora sono pelato, c’ho l’anima del rocchettaro!
Vedi questa statua di creta (presente nel negozio) rappresenta mio fratello Walter, vestito con il costume che indossava durante gli spettacoli. L’ho fatta in bronzo, volevo che fosse messa in un angolo del paese, al Poggiolino, ma non è andata… Mah! Lui si vestiva così negli spettacoli, si rifaceva ad un signore, il babbo del Primetto Barelli, che stava a Sorci, al Castello. Tutti noi ragazzi andavamo a fare i camerieri a Sorci. Insomma, questo babbo di Primetto si vestiva sempre da anarchico, con mio fratello fecero anche una comune, e quindi lui prese questo costume che gli piaceva, con il fiocco nero da anarchico, ed io ho voluto rifarlo così.
Walter faceva parte anche della “Compagnia dei Ricomposti”, a cui collaboro ogni tanto, ma non mi sento “attore”. Non è che ho vergogna in palcoscenico, per questo l’altro mio fratello Annibale è più imbranato di me; facciamo qualche spettacolo, ma non più di tanto. Qui d’estate, ad Agosto, la compagnia rappresenta “La tovaglia a Quadri” che si fa al Poggiolino. È una cosa importante, viene tanta gente anche da fuori a vedere.
Ci partecipa pure la Stefania (Bolletti) che era la sua compagna e che fa parte della compagnia mentre mio fratello Walter faceva la parte dell’oste.
La mia vera passione è la chitarra. Ho iniziato da bambino, con una chitarra che mi portò in casa lo zio, Agostino perché lui non era capace a suonarla. Dopo pochi giorni in casa eravamo già tutti buoni a suonare, aiutandoci con il canto, con qualche libro per vedere gli accordi più semplici. Forse, se avessi trovato un bravo maestro che mi potesse dare delle dritte per fare un salto di qualità… purtroppo ad Anghiari non c’era. Però ho studiato alla Filarmonica, la scuola di musica che c’era dove ora c’è la Libera, c’è il Li Vigni. Io volevo studiare la chitarra, o almeno il flauto o la tromba, invece mi facevano studiare il flicorno. Mio padre suonava il corno e così dovevo fare come mio padre, ma a me non piacevano gli strumenti da accompagnamento. Ho studiato solfeggio, la chiave di violino, la chiave di basso, ma il corno proprio non mi piaceva. Io sono un estroso di natura, ho sempre suonato strumenti di canto, sono un solista, mi fai suonare uno strumento di accompagnamento ed io, dopo due minuti che faccio “bum bum bum...”, niente! Così ho lasciato.

La Formazione, l’Istituto d’arte, la bottega
Dopo le medie ho cominciato a lavorare dai fabbri sotto casa. La bottega del babbo era stata affittata ad altri meccanici e così… il mio primo lavoro è stato saldare, piegare il ferro… Ho lavorato anche dal Soldini, che era una grossa fabbrica di scarpe. Adesso è famosa, produce le scarpe “Stone Haven”. Certo, l’avevano costruita in mezzo alla piana, una cosa oscena da vedere, ma per l’economia di Anghiari è stato un polmone, ha sostenuto il paese. Qui l’industria non ha mai attaccato, solo piccole imprese artigiane e agricoltura. Si sta puntando al turismo, ma non abbiamo i numeri. L’artigianato del mobile è finito, sono cambiate le forme del commercio, è un momento un po’ duro, bisogna farsi venire nuove idee…
A me lavorare mi è sempre piaciuto, sarà una malattia, non so. Dopo il lavoro di fabbro, da ragazzo, sono andato a bottega da mio zio Gnaso che era un bravissimo falegname e restauratore. Faceva mobili intarsiati e provava anche i disegni. Ora è morto da un bel pezzo ma mi ha insegnato in poco tempo un sacco di segreti sull’arte del restauro dei mobili. Poi, poiché già alle scuole elementari ero portato per il disegno, ho fatto l’Istituto d’arte, che poi era l’unica scuola in Italia che era proprio specifica per il restauro del mobile e dei manufatti lignei. Venivano anche dall’estero a studiare, e molti ragazzi venivano da Arezzo, dai paesi limitrofi. Per Anghiari era una cosa importante, c’era un grosso mercato dell’antiquariato, venivano attori, registi, grandi artisti. Io non ho ricordi diretti, me l’hanno raccontato lo zio e i cugini, ma ho visto le foto di Fellini, della Cardinale… insomma qui c’era LAVORO e la scuola era nata per formare gli artigiani del restauro. Purtroppo adesso è finita… Oggi non ci sono più tanti pezzi di antiquariato, il lavoro è molto diminuito, girano pochi soldi e se non c’è lavoro i ragazzi hanno difficoltà ad imparare. Quando io studiavo all’Istituto d’arte il percorso didattico era costruito in modo tale che ti dava tutte le pratiche per riuscire a lavorare il legno, passando per la geometria descrittiva, la matematica, la storia dell’arte, il disegno… c’era la “plastica”, la materia in cui ti insegnano a lavorare la creta per riuscire a capire bene il lavoro sulle tre dimensioni, poi c’era il discorso dell’intaglio, che è invece sul “levare”. I laboratori erano una parte fondamentale dell’apprendimento ed erano tenuti da bravissimi artigiani. Oggi, col discorso della laurea, non è che, per dire, un architetto debba sapere come si fa un mobile o distinguere i vari tipi di legno. È giusto puntare sulla cultura, studiare anche le materie umanistiche, ma ormai mancano le competenze tecniche e sono rimasti pochi artigiani veramente degni di questo nome che possano trasmetterle. Anch’io ho insegnato per un anno all’Istituto d’arte, poi mi han fatto “secco”. Certo, ero penalizzato dal fatto che, quando frequentavo la scuola, studiavo pochino, soprattutto le materie letterarie, in paese passavo per uno un po’ svogliatello, che amava più andare in giro, suonare la chitarra. È stato il matrimonio che mi ha stabilizzato, il rapporto con mia moglie Rosanna che mi ha aiutato a crescere e maturare, d’altra parte non è che bischerate vere e proprie ne abbia mai fatte. Comunque, dopo l’anno di supplenza a scuola mi sono appassionato della tecnica della tarsia. La tarsia è una forma d’arte, non necessariamente legata al mobile. È un’arte del ‘400, con una precisa filosofia , devi conoscere la prospettiva, l’iconografia, la geometria…
.Questa terra ha qualcosa, per cui quelli che ci nascono hanno qualcosa legato alla geometria. Penso a Piero della Francesca, a Luca Pacioli per poi arrivare ai contemporanei, ai locali, il Calli, il Giorni, Alessandrini… Io per esempio, che lavoro sulle tarsie rinascimentali, penso che rappresentano e rispecchiano la filosofia rinascimentale ma che sono anche molto moderne come forma d’arte. C’è qualcosa in questa terra che ti parla delle geometrie, delle armonie, delle proporzioni… Anghiari, vista da fuori, ha una costruzione geometrica che sembra spigolosa, non so, qualcosa che ti fa pensare che in questa terra c’è qualcosa di particolare legato alle geometrie… Comunque, nella formazione di tanti artisti e bravi artigiani è stato importantissimo l’Istituto d’arte. Questa scuola ha dato tanto al paese; io c’ho passato dieci anni della mia vita, compreso l’anno di insegnamento. Oggi sono rimasti pochi artigiani degni di tale nome, e invece ci sarebbe bisogno per i giovani, per la scuola, di figure competenti. Da me a bottega ne son passati tanti di ragazzi, anche stranieri, più di quattrocento. La mia bottega è uno spazio aperto a tutti, non sono geloso delle mie tecniche, tutti possono venire a trovarmi. L’ho costruita con le mie mani la mia bottega mattone su mattone, passando dai sette mq di foratini e col tetto di eternit agli attuali centosessanta mq. Ci passo tanto tempo in bottega, è la mia casa, lì ho tutto, il computer,le mie macchine. È uno sfogo, ci posso fare di tutto. Mi vengono a trovare gli amici, i ragazzi, mi diverto un casino. Anche da morto mi ci troveranno in bottega!
Pure a casa ho una stanza mia, perché mica mi fermo la sera… ho un cavalletto per dipingere, la chitarra, il computer. Prima facevo i disegni per le tarsie a mano, ora ho imparato ad usare il digitale. Oggi il lavoro di intaglio lo faccio ancora per hobby, per divertimento, quando ho tempo. Uso il computer per costruire i disegni, ho il seghetto a trafori elettrico, però bisogna esser “buoni”. Adesso si lavora al laser. Ora, per esempio, sto facendo un lavoro per una grossa committenza di cucine a Pisa, su un progetto fatto da loro. Devo mettere insieme come dei puzzle, però si prospetta qualcosa di interessante, la possibilità di un collegamento scuola lavoro, che potrebbe ridare una speranza alla scuola…
Ho lavorato tanto anche fuori, nei cantieri di restauro dei palazzi. Sono stato in Calabria, dove ho imparato a restaurare le parti cementizie dei palazzi, gli stucchi, la pietra. Quando ero fuori, nel tempo libero dipingevo, e continuo a farlo anche oggi. Dipingo alla maniera di Caravaggio, ma anche di Picasso… Qualche quadro l’ho anche venduto, sono abbastanza conosciuto; alcuni dei miei quadri sono a New York, qualcuno è andato a Ottawa, quando posso faccio qualche mostra… mi diverto, la sera a casa dopo cena… anche quando dormo, penso a quello che voglio fare il giorno dopo, insomma, non sto mai fermo.

La famiglia, il futuro
Mia moglie è stata importantissima per me. Mi ha molto aiutato a trovare una centralità, una stabilità che da ragazzo non avevo. Mi ha consentito di progettare, andare avanti, costruire… mi ha dato la serenità anche per rimettermi a studiare. Ci conosciamo da ragazzini, qui in paese ci si conosce tutti. Ci siamo messi insieme che avevo ventun’anni e lei diciannove. Questa bottega qui (il negozio della piazza) era di suo nonno Ferruccio, un tipo in gamba, che aveva avviato questa attività di orologiaio che poi ha proseguito mia suocera. Io poi l’ho dipinta, l’ho aggiustata, ma il “mio” luogo è la bottega dove lavoro il legno. Ho due figli, la grande, Francesca, studia a Pisa, ed io la invoglio a guardarsi intorno perché certo, il paese è bello, ma non so se c’è futuro. Poi, ho ancora da capire che pesce è… Il maschio è ancora piccolo, ha nove anni. Certo, in paese si vive proprio bene. Anche se ci sono i pro e i contro del paese non è anonimo come nelle grandi città,dove non si riesce neanche a parlare con le persone. Forse in città come Milano vedi il mondo, l’avanguardia, l’innovazione, ma qui viviamo con dei valori… via… più sostenibili. Sì, si vive bene ad Anghiari.
L’anghiarese poi ci tiene al suo paese, forse c’è anche un discorso di campanilismo, non so; io rappresento l’Associazione Artigiani ad Arezzo, e me lo dicono che per me è come se Anghiari fosse il centro del mondo.
E in fin dei conti è vero, e secondo me ogni Anghiarese lo pensa, che il suo paese è BELLO!
Non posso dire qual è un luogo preciso che riconosco come MIO luogo, ma è proprio l’insieme del paese, le piazze, il Poggiolino, l’oratorio dove andavo col nonno Pipa, che era il babbo del prete… Quando ero bambino la mi mamma diceva che quando ritornava da una gita fuori dal paese, fino che non rivedeva il “campano” non si sentiva ritornata ad Anghiari!” Ecco, il campanile ti dà il tempo della vita.

E come diceva il frate a Troisi in “Non ci resta che piangere”: “Ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire!”
Con la bella risposta dell’attore: “Aspetta che me lo segno!”.